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di MIMMO PORPIGLIA

Fare il giornalista non è un semplice mestiere, non è un modo di guadagnarsi da vivere, ma qualcosa di più, che ha una grande dignità e una grande bellezza, perché è consacrato alla ricerca della verità. Ecco il suo valore morale, avvertibile nel modo di raccontare, nel presentare i fatti. Certo le scuole in Italia, anche scuole ad hoc, aiutano, ma sono propedeutiche, perché nessuna scuola potrà mai insegnarti la missione, non ti dà quella cosa in più di cui hai bisogno: la vocazione. E certe scuole di giornalismo, oggi, mi hanno fatto l'impressione di essere frequentate da seminaristi senza vocazione. Se uno fa il sarto e lo fa bene, nulla da dire; ma se uno fa il prete, per farlo bene deve avere qualcosa in più. E il giornalista è come il prete: deve avere la chiamata, la vocazione, sentire la missione Senza vocazione non è un mestiere da fare. Questo mi hanno insegnato Tiziano Terzani e poi Baldacci, Montanelli, Palumbo, Ghirelli...

Nasce da questo la mia delusione, il mio risentimento, la mia tristezza dinanzi allo stato del giornalismo italiano oggi, soprattutto all’estero, dove ho la percezione che ci sia qualcosa, se non proprio di bacato, di distorto. Certo ci sono colleghi bravi e dignitosi, che apprezzo e stimo; ma complessivamente trovo negli ultimi tempi una contiguità, un ossequio, un servilismo nei confronti del potere che sono il contrario di quel concetto di ‘quarto potere’ che mi hanno insegnato i “grandi" e che dovrebbe caratterizzare sempre il lavoro del giornalista. Oggi per esempio, sembra prevalere l’idea che un ambasciatore sia bravo se vende bene i prodotti made in Italy. Ma a un ambasciatore dobbiamo innanzitutto chiedere che sia colto e rappresentativo, e soprattutto che sappia capire la realtà politica del Paese che lo ospita. Per questo ha voluto fare il concorso diplomatico... non per vendere prodotti. Se poi vogliamo vendere spaghetti o formaggi mandiamo nelle ambasciate venditori di spaghetti o formaggi, saranno piú bravi perché piú preparati in quel settore....

E così - perdonate il paragone - dev’essere per un buon giornale. Perché anche i giornali devono avere la "vocazione".... Devono sapere cogliere il gusto e l'interesse del lettore... Non imponendo la versione dettata dall'editore o dal direttore ma pubblicando tutte le versioni perché il lettore si faccia la propria idea... Perché al Lettore non puoi dare troppo di tutto, indifferenziatamente: finisce che legge solo i titoli.. Perché a leggerlo tutto, il giornale tipo quelli di oggi, ci vorrebbero ore, un tempo che la gente non ha. Bisogna tener conto che oggi c’è un pubblico colto, intelligente, che vuol sapere. Lo vedi nei giovani che affollano le librerie, che scelgono i libri e che trattano le cose importanti. E poi occorre farla finita con il giornale come elenco di “bei proponimenti” o di “interrogazioni” fatte dal politico di turno, dal presidente del Comites, dal componente del Cgie o dal patronato… Basta con il politichese che non è politica, basta con "Ieri l’onorevole "x" ha fatto visita agli italiani di... complimentandosi... etc etc etc…".

I giornali, soprattutto quelli confezionati per gli italiani all’estero devono raccontare storie, le storie degli italiani che vivono fuori dal Bel Paese, le loro storie, di successo o di "indigenza", i loro bisogni… Devono parlare anche di ambasciate e consolati che non funzionano come dovrebbero, e nel contempo devono plaudire ai consoli e agli italiani che dedicano realmente la propria vita alla collettività. Ma per fare questo il giornale e i giornalisti devono essere INDIPENDENTI. Dare notizie, certo, ma di tutti gli schieramenti politici. Senza partigianerie. Devono avere AUTOREVOLEZZA. E per essere autorevoli i giornali devono avere giornalisti autorevoli, giornalisti veri, non legati a partiti o associazioni politiche. Giornalisti iscritti all’ordine, che hanno studiato, che hanno fatto un esame, non traduttori improvvisati cronisti o politici che hanno il solo obiettivo di tirare la volata a se stessi o ai loro amici in vista delle prossime elezioni al Comites, al Cgie o alle politiche... Devono avere la VOCAZIONE...

Molti dei giornalisti e dei direttori dei giornali all'estero hanno tentato la scalata al Parlamento. E qualcuno è riuscito ad andare a Roma. Così è stato per Nino Randazzo (La Fiamma-Il Globo- Australia); Basilio Giordano (Il Cittadino Canadese); Mariza Bafile (La Voce di Caracas). Se la sono cavata benino, lo ammetto. Cercando di far convivere le due entitá, giornalismo e politica... Beh, peró, a mio modesto avviso non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se hai avuto la vocazione per fare il giornalista e quindi scrivere al di sopra delle parti non puoi usando il giornalismo diventare un uomo di parte, di una parte politica intendo... Molti anni fa il segretario politico della Dc di allora, Flaminio Piccoli nel periodo in cui viaggiavo spesso con loro e per l'Internazionale Democristiana mi offrí la candidatura.. "Trento - mi confidó - é il mio collegio, uscirai di sicuro...". Ne parlai con Pasquale Nonno il mio amico-direttore del Mattino che sorridendo mi disse..."Certo ma ricorda che saranno gli altri a giudicare ogni tuo passo... credi avere la vocazione del politico o del giornalista???" Rifiutai convinto e ancora oggi non mi pento di quella decisione...

Eppure otto giornalisti italiani su dieci subiscono pressioni politiche che influenzano pesantemente la qualità del loro lavoro. Una pressione negativa che mina la loro autonomia e indipendenza in maniera direttamente proporzionale all’alto livello di corruzione percepita nel nostro Paese. In Finlandia, Svizzera, Olanda, Germania, Estonia solo tra il 10% e il 20% dei giornalisti subisce pressioni. I picchi negativi si registrano in Romania, Tunisia, Giordania e Spagna che però, con percentuali all’incirca del 50-60%, relegano comunque il nostro Paese all’ultimo posto (80%). Anche oggi, nei partiti italiani e anche all’estero sono approdati alcuni giornalisti, personaggi di vari ideali e opposte convinzioni politiche. Con un solo obiettivo, purtroppo: fare soltanto i propri interessi… E la vocazione? Quella l'hanno lasciata ai preti...