di ROBERTO ZANNI

Fa male vedere, ascoltare il declino inarrestabile della Rai nel mondo. È doloroso per Massimo Magliaro raccontare quello che era, una volta, e nemmeno troppo tempo fa, l’azienda di viale Mazzini fuori dai confini nazionali e ciò a cui ci si è ridotti oggi. Non è facile per chi è stato Direttore di Rai International e Presidente di Rai Corporation tra la fine degli anni Novanta e la prima decade abbondante del 2000, raccontare la storia che una volta era vincente e che ora invece è fatta di nulla o quasi. Perchè anche quel poco che era rimasto, e ci riferiamo ovviamente alla ‘Giostra del gol’ sta per andarsene.
“La situazione nella quale versa oggi la produzione della Rai nel mondo, comunità italiana, ma non solo, merita una analisi non polemica e nemmeno legata alla politica di questo momento in Italia – parte così l’analisi di Magliaro – ma strategica: da anni la Rai ha scelto di penalizzare fino alla completa eliminazione o quasi, la produzione radiotelevisiva per i connazionali all’estero. Quando io ero direttore di Radio International, ormai sono passati un po’ di anni, avevo disposizione un budget ragguardevole che superava i 30 milioni di euro, all’interno della Finanziaria, che poi venivano messi a disposizione di questa struttura, uno staff di circa 200 persone e dovevo fare una scelta sulla quantità di ore di produzione radiotelevisiva, facevo di tutto anche qualcosa in più. Avevamo creato anche palinsesti specifici per andare incontro ai diversi fusi orari, evitando agli spettatori di seguire cose assurde agli orari più improbabili. Uno sforzo di tipo organizzativo e creativo che stava dando risultati importanti”.
Una piccola pausa e poi il pensiero va subito a La Giostra del gol. “La trasmissione per quale il vostro giornale sta lottando – continua – quando venne lanciata durava cinque ore, infatti non c’era solo la partita di calcio, i commenti prima durante e dopo, ma era una specie di ‘Domenica In’ per gli italiani all’estero perchè all’interno di questo grande spazio domenicale c’erano rubriche che coinvolgevano anche chi non era interessato al calcio, dalla cultura all’attualità, un momento di aggregazione per gli italiani all’estero che si riconoscevano in questo programma. e quando ho sentito che probabilmente se ne andrá è stata come una pugnalata al cuore. L’avevo creata con un enorme affetto con il principe dei giornalisti sportivi, Gianfranco De Laurentiis“.
E in quel periodo si raggiunse una audience di 50 milioni di spettatori… “Succedevano cose che raccontarle oggi appaiono incredibili  – ecco i ricordi – a Cuba a L’Avana c’erano bar che avevano creato degli abbonamenti per la colazione del mattino e la visione delle partite di calcio. Parlo de L’Avana perchè un caso particolare, anche per il regime politico, ma dappertutto era la stessa cosa. Tutta l’America Latina… In Argentina da Rosario il grande Omar Sivori quasi tutte le domeniche mi telefonava per commentare le partite di calcio, ricordo ancora Dino De Laurentiis, lo zio del presidente del Napoli Aurelio, che viveva a Los Angeles e chiamava per approvare o criticare i programmi che venivano trasmessi. Questo per dire che la platea era inverosimile, un’arma senza eguali”.
Che poi è stata completamente messa fuori uso, tradendo lo spirito che voleva gli italiani all’estero sullo stesso piano di chi in Italia ci vive. “Alla Giostra del Gol c’era Ilaria D’Amico: aveva il terrore di condurre con il pubblico in studio, dovetti convincerla. Perchè fummo noi a introdurre il pubblico in studio. Una trasmissione importante e tenuta in considerazione anche da chi stava in Italia: l’allora presidente della Roma Sensi annunciò da noi l’acquisto di Batistuta“. Mentre ora proprio i proprietari delle squadre di A, attraverso la Lega hanno invece deciso di sbarazzarsi degli italiani all’estero.. “Una trasmissione – continua – che era diventato un punto di incrocio, come tante altre. Avevamo inventato l’Angelus del Papa, tutte le domeniche in diretta nel mondo. Non esisteva, il Vaticano ne fu grato e credo che lo sia anche adesso. Poi Sportello Italia, per le procedure burocratiche dai passaporti a tutto il resto. C’era una produzione enorme. Organizzai un concerto di Franco Battiato, parlammo per primi dei caduti di Nassiriya…”.
Oggi non è rimasto nulla. “Il nostro obiettivo era di ‘coccolare’ il pubblico all’estero, ma anche di interessare gli stranieri che amavano l’Italia: c’era una platea eterogenea e per fare un altro esempio, i nostri programmi di cucina, non erano quelli che poi hanno inondato la tivù, questo per dire che ci eravamo inventati una produzione che ha dato in quel momento grandissime soddisfazioni. Siamo andati in Iran, Iraq, Cina, America Latina. Poi abbiamo portato Rai International in Canada, prima non esisteva: solo a Toronto si arrivava a 700.000 italiani. Una battaglia per riuscirci “. Perchè in quel periodo la Rai rappresentava l’Italia nel mondo. “Sì era proprio così. e tante sono stati gli appuntamenti importanti a cominciare dalla parata del Columbus Day a New York: facevano tre ore di diretta: eravamo un canale al servizio della comunità italiana”.
Poi cos’è successo? “Da Roma la Rai ha cominciato a depennare tutto questo, una scelta che non ho mai condiviso: eliminare progressivamente tutto quello che riguardava la sua esistenza all’estero, perchè dopo Rai International, chiusa per far nascere l’attuale Rai Italia che mi raccontano sia trascurabile per impatto, visibilità e gradimento, hanno liquidato Rai Corporation che era la più antica società di diritto americano in questo caso, creata dalla Rai nel 1960. Ero stato nominato presidente e amministratore delegato, aveva uffici di rappresentanza a New York, Toronto e anche Montevideo e la società aveva tre scopi: produrre, commercializzare e distribuire, ma alla fine distribuiva solo il segnale e la commercializzazione l’ho fatta solo io. E per questo ricevetti anche richiami di carattere disciplinare… ma avevo rispettato lo statuto. Da Roma peró hanno smantellato tutto quello che era la Rai nel mondo: tutto ciò mentre stiamo vivendo la globalizzazione… E mi piacerebbe sapere, ad esempio, cosa ha fatto la Rai nel mondo nell’anno di Dante Alighieri. Avere avuto gli strumenti di allora avrebbe dato alla comunità italiana gli strumenti per conoscersi, essere difesi e tutelati. Invece si è assistito a una sorta di miopia irresponsabile. Un danno gigantesco. La Rai è un servizio pubblico, dovrebbe essere la prima. Non so quali valutazioni sono state fatte, so che si tratta di qualcosa di ingiustificabile”.
Ma secondo lei da dove è cominciato tutto? “Cercando di interpretare i vertici di viale Mazzini, secondo me la Rai a un certo punto si è trovata di fronte a spese folli fatte in Italia con programmi assurdi e contratti pazzeschi e dove è andata a tagliare? Dove non ci sarebbero stati danni e nemmeno proteste, tanto gli italiani all’estero a chi interessano?” E lo stesso è capitato anche adesso. Ma c’è la possibilità di una inversione di tendenza? “Ci vorrebbe una Rai che ragionasse in maniera differente: visto come si è trasformato il mondo, non ci si può occupare solo di Roma e dintorni, ci sono anche New York come Giacarta e Johannesburg. E tutto quanto abbiamo fatto in passato, non viene più ricordato perchè la Rai preferisce spendere milioni per altro, una grande opportunità gettata via”.