di Mimmo Carratelli
Io che, sulla panchina del Napoli, ho visto il meglio e il peggio, da Monzeglio a Gattuso, e ho visto Santin, il lucifero Ulivieri, i capelli a parrucca di Giacomini, i quattro allenatori del disastro 1998, Enzuccio Montefusco a raccogliere nel finale i cocci di Mutti, Mazzone e Galeone, e ho visto e vissuto la passione sconfinata di Bruno Pesaola, il calcio offensivo di Luis Vinicio, gli anni onesti di Marchesi e Simoni, i cinque anni di Chiappella, Ottavio Bianchi, ma anche Colomba e Scoglio di passaggio, Giannino Di Marzio tradito, Zeman incompiuto e Boskov divertente, e quel piccolo grande guerriero di Novellino, il realismo di Edy Reja, il pragmatismo di Mazzarri, l’incantesimo di Sarri e l’illusione di Ancelotti, ora mi inchino all’arrivo di Luciano Spalletti, il bonzo di Certaldo, l’uomo che batte i pugni e la testa sul tavolo delle conferenze-stampa e che viene a rendere matura l’immatura squadra azzurra dei bambini immaturi e ribelli, scontenti, sempre sull’orlo di una crisi di nervi e di pianto nel momento cruciale della resa impensabile quando arriva il giorno di sgraffignare uno scudetto alla Vecchia Signora, di arraffare una Supercoppa, di agganciare l’ultima Champions, di battere almeno il Granada non dico il Real Madrid. 

Mi inchino e osserverò l’umore mutevole di Aurelio De Laurentiis che si imbroncia, litiga e si disamora dell’allenatore che ha appena preso, abbracciato, esaltato e atterrato, i suoi scazzi memorabili, i suoi tweet senza cuore, le sue interviste imperiose che cazzo avete vinto a Napoli?
Chissà come andrà con un tipino sale e molto pepe come Luciano Spalletti, uno che al naso non si fa saltare nè una mosca nè un Totti, figuriamoci un Icardi ai tempi dell’Inter, e magari domani un Insigne, un uomo senza peli sulla lingua e in testa, un formidabile istrione che la genialità è nata insieme a lui. Già sento lo sfrigolio di due personaggi elettrici al primo intoppo, al primo temporale, al primo Verona che s’interpone, al primo albergo jellato. 

A Napoli giochiamo due partite, quella sul campo dell’amata squadra azzurra, quella fuori campo tra un presidente, romano ma impastato della lava del Vesuvio, minaccioso e irritabile, pronto a scoppiare di quell’ira funesta che infiniti lutti agli azzurri addusse, eccetera eccetera, e l’allenatore di turno, sia un uomo paziente come Ancelotti, sia un poco santo e molto fumatore come Sarri, sia un Clint Eastwood come Reja, sia il leale ma introverso e musone e isolato Gattuso.

Ma pare che siamo giunti a un momento delicato del Napoli in crisi latente, nel pieno della crisi epidemica, e i conti cominciano a non tornare, e bisogna star buoni. Che squadra faremo, dopo la formidabile squadra messa su da Benitez e affinata da Sarri, dove vogliamo andare a parare?, un anno di restrizioni?, un anno di patimenti?, un anno di rilancio?, un anno sorprendente mentre si dissolvono imperi consolidati a Milano e Torino, ed è arrivato Mourinho ed è tornato Allegri, e Conte vince uno scudetto ma molla, un calcio in piena crisi e confusa evoluzione, perché i tempi sono cambiati e, bamboli, non c’è più un euro, e non si sa se potremo rivederlo questo calcio, bene o male questo nostro calcio, allo stadio o, almeno, in tv nella indecifrabile contesa fra network in guerra. 

Sarà chi sa, sarà una luna piena, chi sa, ma l’orizzonte è incerto.
A Napoli ci divertiremo.
De Laurentiis e Spalletti.
Un settantenne e un sessantenne.
Vi prego, se vi va, fate l’amore non fate la guerra.