Luigi Di Maio (Depositphotos)

L’omicidio di Giulio Regeni in Egitto (avvenuto tra gennaio e febbraio del 2016); la detenzione, ormai ventennale, di Chico Forti negli States e il caso di Patrick Zaki, lo studente egiziano dell'Università di Bologna, arrestato e detenuto da più di un anno nel suo Paese, per propaganda sovversiva.

Sono questi tre esempi tra i più eclatanti di quanto l’azione della Farnesina, a volte, possa risultare poco efficiente o, per meglio dire, inconcludente nella risoluzione di casi e problematiche di caratura internazionale. Nel primo episodio, a cinque anni di distanza dall’atroce e ancora misterioso delitto del giovane dottorando friulano dell'Università di Cambridge (trovato privo di vita in un fosso lungo la strada del deserto Cairo-Alessandria, alla periferia del Cairo), la ricerca della verità (Regeni avrebbe subito atroci torture prima di essere ammazzato) pretesa dalla nostra diplomazia, si è praticamente abbattuta su un muro di gomma, dal momento che le autorità del paese nord africano si son fatte quasi beffe del grido di giustizia lanciato da Roma ed, in primis, dai piani alti del Ministero degli Esteri.

E che dire del caso di Chico Foti, ex produttore televisivo ed ex velista italiano, condannato per omicidio negli Stati Uniti e, dal 2000, detenuto in una prigione dello stato della Florida con sul groppone una condanna all’ergastolo? Lui continua a proclamarsi innocente, però la sua condizione di detenuto non è mai cambiata. Proprio di recente, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ne ha chiesto il trasferimento in Italia per fargli scontare la pena in una prigione del nostro Paese. Il titolare della Farnesina ne ha più volte discusso con il segretario di Stato, Antony Blinken. E quando tutto sembrava essersi risolto, con l'esponente pentastellato pronto a gonfiare il petto per un risultato atteso da anni, ecco arrivare la doccia fredda: nessun trasferimento. Non ora almeno.

L’ex velista, oggi 62enne, può continuare a scontare il carcere in Florida. Tradotto in soldoni: Di Maio ha ingoiato un boccone amaro, proprio mentre pregustava il dolce sapore della vittoria. Amareggiato, l’ex reggente del M5S ha allora cambiato obiettivo, provando a tenere alto il vessillo tricolore almeno su un altro fronte di lotta: quello ingaggiato per la liberazione di Patrick Zaki. Come detto, lo studente egiziano, ma praticamente bolognese di adozione, è stato arrestato un anno fa, in circostanze mai del tutto chiarite, una volta messo piede nel suo Paese. E’ stato accusato di propaganda sovversiva e da allora sottoposto a custodia cautelare. Provvedimento che di mese in mese è stato prorogato, con una scarcerazione attesa, annunciata ma poi sempre rimandata.

La Farnesina, allora, ha provato ad alzare la voce, chiedendo alle autorità del Cairo di rimettere in libertà il giovane. Di Maio stesso si è mosso, impegnandosi in prima persona per la liberazione di Zaki. Però, alla fine, è andata a finire come nelle altre due battaglie internazionali: Zaki è rimasto in carcere, con buona pace del grillino messo al timone di un Ministero troppo più grande di lui.

Di Stefano Ghionni