Movimento 5 Stelle (Depositphotos)

di Marco Follini

"La fortuna dei 'grillini' è che è finito il 'grillismo'. O almeno, non si applica a loro. Tre anni fa il M5S ebbe dalla sua uno straordinario successo elettorale, il voto di un italiano su tre. Tre anni dopo si dibatte in una grave crisi a cui ora l''elezione' di Conte a leader politico vorrebbe ovviare. Una crisi di consenso (stando almeno ai sondaggi), ma soprattutto di identità.

Nel frattempo, in questi tre anni, è cambiato un po’ tutto. I pentastellati hanno governato con Salvini, poi con Renzi e il Pd, poi perfino con Berlusconi. Hanno perso la testa del governo e guadagnato in cambio un nuovo leader. Hanno portato a casa l’abolizione dei vitalizi, il reddito di cittadinanza, la riduzione del numero dei parlamentari -e poco altro. Hanno fatto mille giravolte sulle opere pubbliche. Non hanno “abolito la povertà” come avevano annunciato con un’enfasi di troppo. Si sono divisi in Parlamento tra draghisti e antidraghisti, e divisi da Casaleggio e da Rousseau con tanto di disputa legale e pendenza economica. Senza contare il mistero degli elenchi degli iscritti, avvolti nell’opacità. Infine, stanno per dire addio al limite dei due mandati, pegno della loro indomita lotta (di un tempo) al professionismo politico.

Ora, su ognuno di questi passaggi si possono avere le opinioni più diverse, e il tratto comune di tutte queste opinioni è che sono quasi sempre piuttosto estreme. Verso il M5S c’è sempre stato un consenso appassionato da parte dei tifosi e un dissenso sdegnato e radicale da parte dei critici. Come a dire che per quanti passi in avanti si cerchi di fare verso la normalità politica, c’è sempre qualcosa di troppo sia da parte di chi li celebra come i salvatori della patria che da parte di chi li denuncia come portatori del virus populista.

Ora la nuova leadership di Conte vorrebbe inaugurare una fase più matura. Ma anche più ambigua. Egli si presenta con parole calibrate, annuncia di voler parlare ai 'moderati', promette di non intralciare i piani del governo. Ci risparmia le citazioni di Moro e di La Pira, ma fa del suo meglio per non dispiacere a quell’Italia benpensante, tradizionalista, qualche volta un po’ conformista che alla politica chiede la certezza di una rassicurazione piuttosto che il brivido di un’innovazione. Salvo però poi tenere socchiusa la porta che conduce altrove. E infatti l’'avvocato del popolo' non lesina critiche al governo, sia pure espresse sottovoce. Evita di scomunicare Di Battista, che un giorno o l’altro potrebbe tornare utile. Affila le armi della battaglia sulla riforma della giustizia, che presto diventerà campale. Insomma, adotta per sé un sano cerchiobottismo, secondo le regole eterne e mai smentite della politica politicante.

Il punto però è che tutto questo percorso avviene senza che mai, o quasi mai, se ne affrontino alla luce del sole i passaggi più impervi. Si cambia tutto giurando di non essere cambiati per niente. E così, un movimento che aveva fatto della trasparenza la sua bandiera e del dilettantismo la sua cifra politica sembra ora quasi compiaciuto di dedicarsi ai riti più consumati della professionalità pubblica. Cosa che non sarebbe così disdicevole se solo ci fosse l’onestà di riconoscerlo apertamente.

I teorici dell’”uno vale uno” e del Parlamento da aprire a mò di “scatoletta di tonno” si sono più o meno felicemente omologati. I voti degli italiani prima o poi ci diranno quanto questa mutazione sarà stata apprezzata. Nel frattempo la fortuna dei Cinque Stelle è che nessuno sembra voler riservare loro il trattamento che loro hanno dedicato a tutti gli altri".