Movimento 5 Stelle (Depositphotos)

Pochi giorni fa l’ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Lascio i Cinque Stelle, più precisamente questo Movimento. Lascio con tanto dolore ma senza il rimpianto di non averci creduto e di non averci provato fino all’ultimo. Questa non è più la casa della trasparenza della democrazia dal basso, della partecipazione e della coerenza con valori che sono e resteranno comunque miei. Lascio perché il coraggio di andare contro, quando è necessario, è stato messo in secondo piano dai personalismi, perché i troppi compromessi e le retromarce sono la negazione dei sogni di chi ha creduto in noi”.

Mentre il pentimento del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, non lo ritengo un atto di “buona politica”, il comportamento di Elisabetta Trenta e in particolare la sua dichiarazione la ritengo un vero manifesto utile per far capire a coloro che erano caduti, forse ingenuamente, nella assurda trappola del Movimento 5 Stelle quanto sia stato grave l’inganno teso da una organizzazione che, a distanza di soli dieci anni dalla sua nascita formale e dopo tre dalla sua esperienza di Governo, una esperienza che a mio avviso può benissimo essere caratterizzata dallo slogan “con tutti pur di esistere”, ha praticamente fatto emergere la serie incomprensibile di contraddizioni, di comportamenti che erano stati ben nascosti proprio per far vincere un proselitismo folle che aveva reso possibile un grande successo elettorale.

Un successo che, dopo questa dichiarazione di una esponente di spicco del Movimento stesso, viene oscurato da una misurabile delusione e, al tempo stesso, ora emerge il vero Dna del Movimento. Tutto questo ci deve però fare pensare a lungo, ci deve quanto meno porre di fronte a un preoccupante interrogativo: “Come mai un Movimento che, giorno dopo giorno, sta facendo scoprire la serie di criticità e di negatività comportamentali possedute sin dalla sua costituzione, abbia poi convinto una base elettorale così ampia, raggiungendo la soglia percentuale del 34 per cento?”.

È vero in Italia un fenomeno analogo l’abbiamo vissuto con il Movimento “Fronte dell’Uomo Qualunque” ma le condizioni al contorno erano completamente diverse: uscivamo perdenti da una guerra, inseguivamo una nuova Costituzione e, soprattutto, vivevamo il dilemma Monarchia-Repubblica. E allora se fenomeni del genere sono possibili, forse una prima risposta potrebbe essere la seguente: questi fenomeni sono tipici di chi non possiede le condizioni essenziali per vivere all’interno di un consesso democratico, di chi non possiede ciò che una volta definivamo “coscienza dello Stato”, di chi sottovaluta le tecniche e le logiche che portano alla ricerca del consenso, di chi non sa quanto sia dannoso e pericoloso promettere obiettivi irraggiungibili in quanto le delusioni generano spesso pericolose forme eversive.

Una stagione che sta finendo ma che deve essere attentamente esaminata, letta e, in modo capillare, studiata per evitare che alcuni pentiti o alcuni ormai convinti degli errori commessi possa però essere lievito per altre aggregazioni. Un rischio del genere non solo è possibile ma, per assurdo, potrebbe anche avere successo perché in questi casi le contrapposizioni tra schieramenti danno vita, anche se solo temporaneamente, a nuovi aggregati politici. Tutto questo ci deve davvero far meditare a lungo perché non possiamo permetterci il lusso, in questo delicato momento storico in cui stiamo cercando di far ripartire la macchina dello Stato, di riavere fra due anni un Parlamento che non solo ha fatto emergere le proprie incapacità ma non è stato in grado di fare eleggere Presidente del Consiglio un parlamentare. In realtà, sarebbe utile ricordare a noi stessi che la piattaforma Rousseau ha praticamente annullato una chiara funzione del nostro ordinamento democratico: l’Italia, in seguito al Referendum del 2 Giugno del 1946, ha scelto di strutturarsi come una Repubblica parlamentare.

Nello specifico cosa vuol dire? Si tratta di una forma di Governo in cui la rappresentanza democratica della volontà popolare è affidata, tipicamente tramite elezioni politiche, al Parlamento e ai suoi membri che, in quanto tale, elegge con modalità differenti sia il Governo che il presidente della Repubblica. Quindi è il Parlamento e non una limitata rappresentanza della “base” il riferimento e il luogo istituzionale dove esprimere e dibattere le proprie linee politiche e non ci sono altre sedi in cui bloccare o sbloccare determinate decisioni, come avvenuto più volte addirittura in occasione di una formazione di Governo. Queste crasse ignoranze della nostra vita democratica, questo rincorrere a tutti i costi un falso coinvolgimento della base sono, pochi giorni fa, giunte al capo linea e abbiamo così potuto conoscere un’altra defezione: quella di Davide Casaleggio.

Anche in questo caso una defezione supportata da una pesante dichiarazione: “Mi disiscrivo, questo non è più il Movimento e non lo avrebbe riconosciuto nemmeno mio padre”. E poi aggiunge: “Per quindici anni ho contribuito gratuitamente e ho sempre chiesto che le cose si facessero senza scorciatoie e nel rispetto delle regole verso migliaia di attivisti ed eletti. Lo stesso rispetto l’ho chiesto in questi mesi per individuare un rappresentante legale legittimato attraverso un voto democratico, ma gli organi politici del Movimento 5 Stelle e il Garante hanno deciso di indicare chi fosse, ma se si cerca legittimazione politica in un tribunale vuol dire che la democrazia interna è fallita”. In entrambe le dichiarazioni, quella di Trenta e quella di Casaleggio, emerge in modo chiaro la limitatezza politico-istituzionale del Movimento.

ERCOLE INCALZA