di Vincenzo Nardiello

È davvero incredibile, per non dire paradossale, quello che sta accadendo all’interno del M5S. Un partito che continua a dilaniarsi in un continuo scontro di leadership o presunte tali, senza mai trovare pace. Neanche il tempo di archiviare (per ora) la battaglia con Davide Casaleggio, che subito si è aperta la surreale guerra tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo. Chi l’avrebbe mai detto: era stato “l’elevato” a elevare l’ex avvocato del popolo a leader assoluto e indiscusso del “nuovo” M5S in costruzione, qualsiasi cosa questo significhi. Appare dunque quantomeno un azzardo che come suo primo atto politico da leader in pectore del partito, l’ex premier abbia scelto di bombardare proprio il suo mentore, mettendo a punto uno Statuto che, di fatto, ne limita i poteri, riducendo il fondatore e garante alla stregua di un presidente onorario o giù di lì. Ovvio che al comico la storia sia andata di traverso. Ma in Italia, si sa, dal comico al tragicomico è un attimo. La conseguenza è l’esilarante scontro tra i due in atto in queste ore, che lottano con in palio il comando su un partito che nei sondaggi continua a galleggiare – nonostante tutto – sulle due cifre. Ovviamente, a dispetto di tutte le reciproche minacce che gli stati maggiori dei due leader si stanno recapitando a mezzo indiscrezioni giornalistiche, sarebbe suicida se alla fine i due non trovassero un compromesso. Ecco perché l’esito più probabile è che faranno un accrocchio, lo definiranno mediazione e via: troppo importante per l’uno e per l’altro poter continuare ad avere un futuro, sia pure più ristretto, soprattutto per i famigli. Proprio grazie al loro sciagurato referendum, infatti, i posti in Parlamento si ridurranno e con essi seggiole e prebende da distribuire. Alla fine un accordo dovranno trovarlo per forza non solo sui poteri del garante, cioè del comico, ma anche sulle due questioni più scottanti del momento: la posizione da tenere nei confronti della Cina – a Beppe non è andato giù il forfait dato all’ultimo minuto da “Giuseppi” che lo ha lasciato solo dall’ambasciatore cinese a Roma – e quella sul doppio mandato, una tagliola che se scattasse secondo le regole del “vecchio” M5S taglierebbe fuori dalla politica praticamente tutta la classe dirigente pentastellata di questi anni. Il primo sarebbe quel Luigi Di Maio che guarda con grande interesse e fiducia proprio allo scontro in atto tra i due titani del grillismo. In fondo, con la scusa del ministero degli Esteri, all’ex capo politico riesce bene indossare i panni del dirigente equidistante, recitando la parte di chi guarda la rissa in atto con distacco e anche un certo fastidio. In realtà lui gode come terzo tra i litiganti, nell’attesa magari di emergere come possibile mediatore, sperando così di rafforzare il suo potere e ottenere qualcosa di più del ruolo di semplice aiutante di Conte. Magari sarà il coordinatore di una segreteria, comitato politico o come si chiamerà. In qualche modo alla fine ci sarà uno strapuntino per tutti. A Vito Crimi, il dimenticabile traghettatore fra il precedente capo politico (Di Maio) e il prossimo (Conte), è probabile che un posticino venga riconosciuto, così come a Stefano Buffagni, ex uomo forte caduto in disgrazia. In fondo rompere non conviene a nessuno. Passare dall’uno vale uno al ne resterà soltanto uno sarebbe davvero troppo. Anche per i grillini. Tuttavia, una volta che sarà stato messo a posto l’organigramma, resterà aperta una sola questione: quella dei contenuti del nuovo partito. Cosa concretamente Conte voglia fare del M5S, al di là dei bla bla su riconversioni ecologiche e democrazia dal basso, non lo ha ancora capito nessuno. Ma in fondo che importa, no?