Gente d'Italia

Con i partiti più deboli il governo è più forte

Di OTTORINO GURGO

Le recenti vicende della politica comportano, a volte al dì là della stessa volontà di coloro che ne sono protagonisti, rilevanti mutamenti dell'assetto istituzionale. Sino ad ora la dialettica politica si è articolata su uno schema ben preciso: da un lato una maggioranza impegnata a sostenere il governo, dall'altro l'opposizione che aveva come scopo primario quello di contrastarlo. Questo schema, che era ispirato da divergenze di carattere prevalentemente ideologico, è saltato. Ad attenersi è ormai soltanto Fratelli d'Italia, saldamente e, alle volte potremmo dire pregiudizialmente, condizionato dal "fascino" dell'opposizione solitaria. Quanto alle altre forze politiche, a prescindere dai loro stessi orientamenti, esse si trovano a sostenere insieme, in un'ibrida convivenza e con motivazioni non coincidenti, lo stesso governo. La prima conseguenza di questo stato di cose è che il governo finisce con il marcare una propria autonomia, svincolato, come di fatto è, dai suoi stessi sostenitori il cui appoggio non è sempre vincolante. Questa autonomia del governo non è in contrasto con il dettato della carta costituzionale. Segna, anzi, un più corretto ritorno a quanto previsto dalla Costituzione. Se è vero, infatti, che l'esecutivo non può prescindere dal Parlamento che deve accordargli la sua fiducia, è altrettanto vero che i partiti, a partire dalla seconda metà della cosiddetta Prima Repubblica, avevano finito con il trasformarsi in organismi onnivori dai quali tutto finiva con il dipendere (e probabilmente fu proprio questa la causa principale vedi tangentopoli con tutte le conseguenze che determinò). Questo non vuol dire, sia chiaro, che ai partiti non debba essere riconosciuto un ruolo fondamentale nella nostra democrazia Può apparire un luogo comune, ma i partiti non sono più quelli di una volta anche perché dopo quella che è stata definita "la morte delle ideologie", non essendoci più punti di riferimento, ha finito con l'affermarsi quella che uno dei grandi pensatori del nostro tempo, Zygmunt Bauman ha chiamato "la società liquida". Ciò ha determinato una radicale trasformazione anche nell'organizzazione della vita pubblica e ha comportato una valorizzazione dell'esecutivo e, quindi, del ruolo di colui che è chiamato a dirigerlo che è, pertanto, assai meno dipendente di un tempo da coloro che devono appoggiarne l'operato. In altri termini, in questa sua autonomia, il governo può avvalersi del supporto di maggioranze di volta in volta diverse che si basano sulla condivisione di questo o quel provvedimento. Si determinano, perciò, inevitabilmente, alleanze che possono a prima vista stupire, formate dagli stessi che si sono aspramente avversati. Una simile situazione ha anche aspetti positivi poiché, a volte, il vecchio modo d'intendere l'apparenza partitica, poteva costringere i parlamentari ad aderire a posizioni che in realtà non condividevano, determinando una situazione di precarietà e di instabilità. Ciò ancora una volta conferma, però, quanto sia necessaria una riforma costituzionale che ponga ordine e in qualche misura sanzioni i mutamenti che negli anni si sono verificati. Ma l'esperienza, purtroppo, insegna che chi si azzarda a metter mano a questo tipo di riforma, rischia di bruciarsi.

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