Fabio Porta

Questo secondo semestre del 2021 si è aperto in Italia all'insegna delle speranze di ripresa e di uscita graduale dalla pandemia create dalla massiccia campagna di vaccinazione, ma anche di un misto di paura e incertezza causate dal ritorno delle cosiddette "varianti" e dal perdurare dei contagi in altre regioni del mondo, a partire dal Sudamerica.  L'Italia ha intanto ottenuto la maggiore quota di finanziamento europeo, 209 miliardi di euro, per il sostegno a progetti orientati alla ricostruzione di un solido tessuto sociale, ambientale ed economico in grado di dare insieme continuità e sostenibilità al processo di crescita e di sviluppo.

L'idea di "ri-costruzione" ci riporta indietro di settantacinque anni, quando l'Italia provava a rialzarsi dalle macerie, morali ed economiche, dell'ultima grande guerra.  Anche la lotta al Covid19, con le sue vittime e il suo drammatico impatto sull'economia, ha preso le sembianze di una vera e propria guerra mondiale.  

Negli Stati Uniti le vittime del virus hanno già superato il totale dei civili e militari morti nel corso di tutta la seconda guerra mondiale; in Italia nel corso del solo 2020 il totale dei decessi è stato il più alto mai registrato dal dopoguerra ad oggi.   Numeri impressionanti che da soli ci danno un'idea delle dimensioni del fenomeno. 

A una tragedia di tali dimensioni non si può che rispondere con uno sforzo immane, pari solo a quello compiuto dall'Italia e dall'Europa all'indomani dell'ultimo grande conflitto.   Oggi, come allora, non saranno sufficienti le nostre esclusive risorse ma un congiunto di azioni e di aiuti finanziari, ma anche di carattere economico e sociale. 

Se il "Recovery Fund" potrà essere il "Piano Marshall" 4.0, oggi come allora sarà determinante riuscire a coniugare i progetti finanziari con la voglia di riscatto del Paese, soprattutto delle giovani generazioni.   Una prima emergenza ad essere aggredita dovrà essere la gravissima recessione demografica che da anni colpisce in maniera particolarmente acuta proprio l'Italia; emergenza che la pandemia ha ovviamente acuito e alla quale occorre rispondere con politiche adeguate tanto in materia di sostegno alle famiglie che di inclusione degli emigrati e degli immigrati.  Con riferimento a quest'ultimo aspetto, cioè alle politiche migratorie, l'Italia dovrebbe avere il coraggio di investire su un vero e proprio "ius culturae universale" che inserisca nel circuito virtuoso della nostra economia sia le migliori energie esistenti all'interno delle recenti migrazioni verso il nostro Paese che quelle mai sufficientemente valorizzate delle nuove generazioni degli italiani all'estero.   Agli automatismi e alla strumentale contrapposizione tra 'ius sanguinis' e 'ius soli' l'Italia dovrebbe rispondere rilanciando la proposta contenuta nel manifesto "italico" di Piero Bassetti, puntando cioè a quell'universo di 250 milioni di persone che in Italia e nel mondo fanno riferimento alle nostre radici come anche ai nostri valori e alla nostra cultura.  Se negli anni successivi al dopoguerra furono le rimesse degli emigrati prima e il boom demografico poi ad incidere positivamente sulla bilancia dei pagamenti e sull'incremento del PIL, nell'Italia del post-pandemia le rimesse 4.0 potranno giungere attraverso un intelligente investimento sul "turismo delle radici" mentre all'inverno demografico si potrà rispondere con un lungimirante mix di politiche familiari da un lato e politiche migratorie dall'altro. 

Anche il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel suo discorso di insediamento davanti al Parlamento ha evocato l'Italia del dopoguerra: "L'Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro. Ma soprattutto – ha aggiunto - grazie alla convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti". E' questa probabilmente la sfida più difficile: dare ai giovani italiani la speranza in un Paese migliore, fatto di nuove opportunità per tutti e di una crescita omogenea, costante e sostenibile dal nord al sud, senza dimenticare coloro che vivono fuori dai confini nazionali ma non hanno mai smesso di sentirsi italiani. 

Fabio Porta