polizia, scudi, manganelli, antisommossa

Di MATTEO FORCINITI

Nel luglio del 2001 scendevano in piazza sognando un mondo migliore. Oggi, quarantenni stabiliti da tempo in Uruguay, cercano di continuare a essere fedeli a quegli ideali di gioventù nonostante il passo dei tempi. Sono passati vent’anni dal G8 di Genova, un evento che ha segnato la storia politica di un’intera generazione che porta addosso ancora oggi i segni di quel trauma, una ferita indelebile che fa ancora tanto male. Fu una violenza brutale quella che devastò Genova nella riunione dei grandi della terra a cui seguirono anni di silenzi, depistaggi e impunità in quella che Amnesty International ha definito “La più grave violazione dei diritti umani in un paese democratico avvenuta dopo la seconda guerra mondiale”. Per capire qualcosa in più su questa dolorosa pagina della storia recente italiana abbiamo intervistato tre persone che in quei giorni si trovavano a Genova e oggi ricordano da Montevideo la loro esperienza in quel movimento contro la globalizzazione che era nel pieno del suo splendore con denunce e richieste semplici su tematiche che oggi sono estremamente attuali come ambiente, immigrazione, disuguaglianza. Nelle celebrazioni di questo anniversario tutti sembrano ripetere la stessa cosa, i no global avevano ragione nella richiesta di un altro mondo possibile ma furono presi a bastonate da un potere incapace di ascoltare e comprendere le ragioni di un malessere che sarebbe in seguito esploso. Nel 2001 Leo Ferraro aveva 19 anni e studiava cinema a Bologna come studente fuori sede arrivato da Morano Calabro (Cosenza). Insieme alla sorella, la fidanzata e un gruppo di amici decisero di andare a Genova e partecipare alle proteste. “Arrivammo il giovedì, si sentiva grande tensione nell’area e capimmo subito che la situazione stava per esplodere, eravamo fuori dal sistema che conoscevamo, dalla normalità. Sabato, nella manifestazione più grande e il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani, assistemmo a scene di guerriglia urbana e una violenza feroce da parte delle forze dell’ordine. C’era un rumore costante di elicotteri sopra di noi, quel rumore mi è rimasto dentro. La manifestazione fu spaccata in due, ci riempirono di gas lacrimogeni e spray al peperoncino, non avevo mai sentito quella sensazione di bruciore. Furono attimi di panico, mi ritrovai solo in una nuvola di fumo, provai ad aiutare qualcuno a rialzarsi da terra ma bisognava solo scappare per evitare di essere pestati. In quegli attimi ho pensato il peggio, è un’esperienza che ti segna tutta la vita e che non puoi mai dimenticare. Se non l’hai vissuta non puoi capire. Dopo la manifestazioni trovai riparo in un edificio dove rimasi alcune ore prima di poter ritrovare il resto del gruppo. La notte del sabato tornammo a Bologna, la mia famiglia non lo sapeva, erano terrorizzati”. Conosciuto come Zingabeat, Leo Ferraro oggi è un dj e produttore tra i referenti della scena funk e afrobeat in Uruguay. “Dedicarsi alla musica oggi è un atto rivoluzionario. È importante partecipare ma ognuno, quotidianamente nel suo piccolo, può iniziare a fare qualcosa” sostiene con un messaggio di ottimismo. Quando pensa al movimento del 2001 ricorda “anni di fermento culturale, sociale e politico” oggi praticamente scomparsi. “Ci sentivamo forti, in grado di poter dire la nostra e cambiare le regole. Facevamo paura ai potenti della terra che per questo vollero tagliare quel percorso con la paura dividendo la società e creando il mostro dei black bloc. Mi è rimasta dentro tanta rabbia per quello che è successo a Genova. Ma oltre alla rabbia si sente un forte senso di impotenza dato che se è stato possibile arrivare a una verità è stato solo grazie al coraggio di tante persone che hanno lottato tenacemente in questi anni ottenendo piccoli buoni risultati. È fondamentale mantenere la memoria e raccontare a chi non c’era cosa è stata quella esperienza”. “Il G8 ha ucciso una generazione politica, la mia” ripete Roberto Casaccia con quel senso di tristezza e nostalgia che ricorda gli emigrati liguri che sbarcarono in Sud America nei secoli scorsi abbandonando la propria terra. Anche lui era presente alla grande manifestazione di quel sabato 21 luglio. Era partito da Savona insieme agli amici del collettivo libertario di cui faceva parte. “C’era una grande effervescenza in quegli anni, sembrava il culmine di un lungo percorso, un appuntamento imperdibile per far sentire la nostra voce all’interno di un movimento eterogeneo che sapeva dialogare. Nessuno voleva qualcosa per se stesso, c’era un pensare collettivo, dicevamo ai potenti noi siamo qui e ci dovete ascoltare, non potete decidere senza di noi. Nella manifestazione c’era una tensione incredibile, noi eravamo incoscienti e pensavamo solo a correre per salvarci dai lacrimogeni e dalle manganellate. Nel pomeriggio iniziò la guerriglia e noi riuscimmo a tornare a casa, ripensandoci oggi capisco le preoccupazioni di mio padre. Il 2001 è stato un punto di svolta, nessuno è riuscito a raccogliere la grande eredità dei Social Forum, ci voleva una riorganizzazione ma poi è arrivato un altro shock con l’11 settembre e la guerra di civiltà con la logica della contrapposizione”. Roberto Casaccia ha solo quarant’anni ma a sentirlo parlare è come avere di fronte un protagonista di una stagione politica intensa e irripetibile, il suo ‘68 è finito quel giorno. “Paradossalmente, allora c’era maggiore connessione rispetto ad oggi che siamo iperconnessi con i cellulari e internet. Attraverso un lungo percorso si era riuscita a creare una rete transnazionale per cercare di costruire qualcosa di alternativo rispetto alle logiche dominanti. Il grande merito è stato quello di riuscire a unire voci molto diverse fra di loro coinvolgendo persone lontane dalla politica. Le tematiche che venivano dibattute allora non sono state mai realmente affrontate e oggi sono esplose portando a una crisi della democrazia rappresentativa. Dopo Genova è scomparso tutto, la sinistra è morta e una generazione si è persa”. “Venti anni fa” -sorride- “ero convinto di poter cambiare il mondo. Oggi conservo di nascosto lo stesso smalto” dice citando una canzone dei Meganoidi che lo accompagna. “Ho cercato nuovi lidi per ricostruire e non mi è andata male, credo che nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa impegnandoci nella nostra zona, nella nostra città, per proporre esperimenti alternativi. Serve un lavoro quotidiano, è dura ma può funzionare. Sinceramente sento che stiamo perdendo la partita ma c’è ancora tempo per recuperare”. Di tutt’altro genere è il racconto di un’altra italiana presente a Genova nel 2001 e che la vita ha portato poi in Uruguay. Maria (nome di fantasia) non ha molta voglia di parlare, di ricordare. Forse si sente incompresa, forse la ferita non si è ancora rimarginata e fa ancora tanto male. Lei è di Torino, all’epoca aveva vent’anni, frequentava i centri sociali e sentiva dentro una grande ribellione. “Mi buttai in mezzo per curiosità, era parte del periodo che stavo vivendo. Partimmo con un gruppo di amici e restammo tutta la settimana, dormivamo allo stadio Carlini con i disobbedienti, non eravamo proprio di quel gruppo ma trovammo appoggio lì. La situazione era sempre tesa, tutti sapevano che sarebbe successo qualcosa, era nell’area”. Nonostante il fatto che la violenza abbia preso il sopravvento nel ricordo collettivo, Maria segnala il “clima festivo dei primi giorni con attività e conferenze in un grande scambio culturale per l’unione di diversi movimenti”. C’è un rumore che descrive più di ogni altra cosa quanto accaduto a Genova, sono gli elicotteri della polizia che hanno lasciato il segno a distanza di tanti anni: “Avevamo gli elicotteri sopra la testa 24 ore al giorno per 3 giorni, c’era un senso di oppressione molto evidente. Più che i fatti ricordo queste sensazioni e ancora oggi se sento un elicottero in cielo alzo lo sguardo e vedo se va via” racconta durante una pausa di lavoro in una telefonata consumatasi troppo in fretta. “Ci siamo ritrovati in situazioni molto difficili ma per fortuna siamo riusciti a scappare nascondendoci o in piccole stradine o nelle case delle persone che ci aprivano la porta per salvarci cosa che è abbastanza significativa per capire cosa è successo. Il momento più brutto è stato quando stavamo per salire sul treno per tornare a Torino, i compagni di Indymedia si trovavano all’interno della scuola Diaz al momento dell’assalto. Furono momenti drammatici, non puoi dimenticare la gente massacrata”.