Black lives matter, fight against racism, protest concept

Premettiamo il nostro assoluto rispetto per l’art. 3 della Costituzione italiana: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Vorremmo che questo principio fosse applicato in tutto il mondo. Le battaglie per il riconoscimento di piena libertà e uguaglianza ci vedono assolutamente concordi e, proprio per questo, siamo convinti che sia necessario indirizzarle verso gli obiettivi giusti. Ci riferiamo alla crescente incomprensibile onda distruttrice delle statue e della festa nazionale di Cristoforo Colombo, additato come simbolo di oppressione con motivazioni che non hanno alcuna base effettiva. Vorremmo quindi ricordare qualche passaggio della storia reale, ormai sostituita da un certo revisionismo che consiste nella manipolazione dei fatti a meri scopi politici o utilitaristici. Per questo vi preghiamo, cari discendenti delle popolazioni indigene d’America e della sfaccettata comunità afro-americana, di rivedere cronologie reali e rileggere insieme a noi documenti ufficiali a protezione della vostra dignità e della verità storica. Il primo è la Dichiarazione d’Indipendenza delle 13 Colonie che si costituirono in Stati Uniti d’America il 4 luglio 1776. Fra le accuse al re Giorgio di Inghilterra, c’è la seguente: “HE has excited domestic Insurrections amongst us, and has endeavoured to bring on the Inhabitants of our Frontiers, the merciless Indian Savageswhose known Rule of Warfare, is an undistinguished Destruction, of all Ages, Sexes and Conditions”, vale a dire “EGLI ha fomentato la rivolta fra noi e si è adoperato per scatenare, contro gli abitanti delle nostre frontiere, gli spietati indiani selvaggiil cui ben noto metodo di guerra consiste nel massacro indiscriminato di persone di ogni età, sesso e condizioni sociali”. Nel paragrafo successivo, il Congresso riunito a Filadelfia accusa re Giorgio di aver innescato anche l’obbrobrio della schiavitù: “EGLI ha intrapreso una guerra crudele contro la stessa natura umana, violando i suoi più sacri diritti alla vita e alla libertà nelle persone di una gente remota che mai gli aveva recato offesa, facendola catturare e trasportare in schiavitù in un altro emisfero [...] deciso a conservare aperto un mercato in cui si vendono e si comprano uomini”. Storicamente, la prima nave con a bordo venti uomini di origine africana, definiti negroes, destinati a essere venduti come lavoratori, fu  la fregata White Lion , che approdò nell’agosto del 1619 a Point Comfort, in Virginia, prima colonia inglese nell'America settentrionale. Tre giorni dopo, la nave Treasurer arrivò con altra "merce umana". I due eventi sono considerati l'effettivo inizio dello schiavismo americano e sono datati quasi 130 anni dopo l’arrivo di Cristoforo Colombo a Hispaniola il 12 ottobre 1492. Ricordiamoci che i firmatari della Dichiarazione erano tutti padroni di schiavi. Lo stesso Thomas Jefferson non solo ne possedeva oltre un centinaio, ma ha prodotto sei figli con Sally Hemings, una schiava mezzosangue, figlia del proprietario terriero John Wayles e della schiava Elizabeth Hernings. Per completezza di informazione, è bene sapere che John Wayles era anche il padre legittimo di Martha Wayles, sposa di Thomas Jefferson e, di fatto, sorellastra di Sally, l’amante di suo marito. Come citato nel volume An outline of American History – Elementi di storia americana – prodotto e distribuito tempo fa da The United States Information Service, George Washington aveva scritto nel 1786 di “auspicare devotamente” che si potesse adottare un piano: “…mediante il quale la schiavitù possa essere abolita a gradi lenti, sicuri e impercettibili”. Peccato che George possedesse 317 schiavi al momento della sua morte a Mount Vernon e non avesse concesso la libertà ad alcuno di loro. Chi ha visitato quella tenuta ha visto le condizioni dei quartieri dei suoi schiavi. Eppure, nella giustissima ribellione contro la macchia incancellabile della schiavitù, nessuna organizzazione per i diritti della comunità afroamericana ha mai pensato di distruggere a picconate le immagini di George Washington e Thomas Jefferson, scolpite su Mount Rushmore, destinazione dei pellegrinaggi di tutti i bravi americani, fedeli alla bandiera a stelle e strisce, lanciata a Filadelfia nel 1776?  Soltanto Alfred Hitchcock ha avuto il coraggio di ridimensionarne l’aulicità usandolo come sfondo in uno dei suoi capolavori: North by North West, apparso in Italia con il titolo Intrigo internazionale. Tutto ciò detto, ripetiamo la nostra domanda e la nostra preghiera agli indigenous people e al Black  Lives Matter Movement: che male vi ha fatto Cristoforo Colombo? Perché soltanto Colombo deve diventare il capro espiatorio ed essere condannato per quanto è stato fatto in Nord America (dove Colombo non ha mai messo piede) dai colonizzatori inglesi e da quelli che li hanno seguiti, compresi i Padri della patria, Washington e Jefferson e Benjamin Franklin e tutti gli altri? Che c’entra Colombo con l’oppressione della comunità afroamericana che dura ancora adesso con le nuove leggi negli Stati del Sud, che, di fatto, limitano i diritti politici su base razziale?  Forse, concedeteci una provocazione, sarebbe più giusto e serio accanirsi contro le statue sia di chi ha sterminato a colpi di fucile gli indiani americani che dei proprietari di schiavi che hanno trattato come infimi servi e linciato in più di un’occasione anche i primi immigranti italiani dell’esodo della seconda metà dell’Ottocento.  Non vi pare?

Carlo Cattaneo (1801 – 1869)