Emigrazione italiana (foto Depositphotos)

di Michele Schiavone

L’Italia è uno dei paesi al mondo con il maggior numero di cittadini residenti fuori dai confini nazionali, questa sua peculiarità la porta ad esercitare un ruolo preponderante negli ambiti, che interessano in tutte le sue sfaccettature il fenomeno migratorio. I numeri riportati le settimane scorse dagli istituti nazionali di statistica confermano un incessante trend in salita della diaspora, che non si è bloccato neanche con la diffusione della pandemia esplosa negli ultimi 16 mesi e che, invece di registrare un ritorno dei fuoriusciti, ha concorso a alimentare l’esodo che si protrae dalla fine della prima decade di questo nuovo millennio. 

La mobilità delle persone quando è causata da difficoltà esistenziali costituisce un dramma, che è lo specchio dei problemi di difficile soluzione, presenti nelle condizioni sociali e familiari legati ai territori, allo sviluppo e alle opportunità individuali e collettive di realizzarsi e di partecipare alla vita produttiva della propria comunità. Perciò, le partenze seguite a scelte drastiche di abbandoni e di addii, difficilmente sono ricomponibili e in queste condizioni in molti individui matura quel senso di “odi et amo” tra il mondo degli affetti e quello degli interessi, dei quali si è arricchita la narrativa e i trattati accademici.

Eppure buon senso vorrebbe che ai tanti italiani all’estero il nostro paese dedicasse maggiore attenzione, li integrasse nelle strategie sistemiche di promozione in ambito commerciale, scientifico, culturale, sportivo e sociale e li valorizzasse per rafforzare il suo soft e strong power. Sarebbe meritorio un impegno oggettivo delle nostre istituzioni ad andare a ricercare le cause vere e gli effetti della questione migratoria nostrana per porvi rimedio e promuovere politiche attive miranti alla formazione continua delle risorse umane e alla sostenibilità dei territori. Per far ciò serve un ministero ad hoc, come quello istituito per il Mezzogiorno, tante e tali sono le affinità da renderli intercambiabili se non fosse che le percentuali di nostri connazionali all'estero sono ben rappresentative di tutte le regioni e delle province autonome.

Le nostre comunità all’estero di fronte alle difficoltà del nostro tempo hanno bisogno di ritrovarsi con l'impegno di andare oltre la contingente tendenza all'individualismo imperante per riproporre e promuovere, con strumenti e progetti nuovi, quanto di straordinario hanno lasciato in eredità le associazioni, gli enti e le organizzazioni scolastiche, sociali e sportive. Ovviamente l’empatia, l’impegno dei singoli e lo spirito pionieristico non bastano a proseguire o ricostruire le reti dell’italianità diffusa nel mondo, occorre il sostegno della mano pubblica, delle istituzioni e men che meno è indispensabile l’attenzione continua da parte del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale al quale sono delegate le politiche per gli italiani all’estero. Con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza si apriranno molti cantieri fisici votati alla modernizzazione dell’Italia per renderla più smart, competitiva con i Paesi occidentali e partendo da questa opportunità sarebbe auspicabile pensare di renderla più giusta, equa e solidale.  Gli italiani all’estero hanno dato e continuano a dare molto al nostro paese, perciò dovranno essere presi in considerazione nella programmazione dei futuri progetti di rilancio, devono essere coinvolti e renderli ambasciatori del nostro Paese. 

Michele Schiavone

Segretario Generale CGIE