Gente d'Italia

L’Italia riscopre l’uruguayano Juan Carlos Onetti

DI MARCO FERRARI

Uno scrittore venduto a pacchi, non succede tutti i giorni. Ci riesce (postumo) l'uruguayano Juan Carlos Onetti, considerato da molti «il William Faulkner sudamericano». A lanciarlo in Italia è stata la casa editrice Sur, specializzata in letteratura latino-americana, che offre un blocco di cinque titoli a 49 euro, dei dieci già tradotti. Il pacchetto comprende “Gli addii”, “Il cantiere”, “Raccattacadaveri”, “Per una tomba senza nome” e “Triste come lei”. Onetti era già stato tradotto in Italia in modo frammentario ed episodico da vari editori progressisti (Einaudi, Feltrinelli, Editori Riuniti), ed è quindi particolarmente meritoria l’iniziativa di Sur di dedicargli un’intera collana e di avviare la pubblicazione sistematica di tutte le sue opere. Gli ultimi due usciti sono “La vita breve” e “Il cantiere” nelle traduzioni rispettivamente di Gina Maneri e Ilide Carmignani, con prefazioni affidate a Eduardo Albinati e Sandro Veronesi. Trasferitosi a Buenos Aires all'età di vent'anni, dove pubblicò alcuni racconti e iniziò a lavorare come giornalista, già discretamente famoso come scrittore anche all'estero, nel 1974 fu imprigionato dalla giunta militare uruguayana del generale Juan María Bordaberry Arocena e detenuto per sei mesi, reo di aver fatto parte di una giuria letteraria che aveva premiato un libro considerato pornografico, in quanto basato sul monologo interiore di un ispettore di polizia dedito a stupri e torture (si trattata del volume “El guardaespaldas” di Nelson Marra). Appena liberato fece i bagagli e si trasferì a Madrid, dove vivrà con la quarta moglie, la violinista Dorotea Muhr, detta Dolly, quasi confinato in casa, fino alla fine dei suoi giorni, nel maggio 1994. Morirà infine per un’insufficienza renale, ma negli ultimi anni la sua salute era già minata dalle crisi depressive, dall’insonnia, dagli eccessi di fumo, di alcool, di barbiturici e, appunto, dalla sostanziale immobilità a letto. Ora è sepolto nel Cementerio de la Almudena. Il suo finale fu l’opposto del resto della vita, in cui Onetti ha avuto il pregio della mobilità, non soltanto tra le due sponde del Rio de la Plata, ma anche tra Sud America ed Europa. Nonostante avesse debuttato nel romanzo negli anni Trenta, la gloria gli giunse solo negli anni Settanta con la pubblicazione dei suoi lavori completi, fino a quel momento, in Messico. Molte delle sue opere sono ambientate in una città immaginaria ma non troppo, Santa María, che in fondo è un misto fra Buenos Aires e Montevideo, città per la quale ammise, nel periodo bonaerense, di provare nostalgia al punto di rientrare nel Paesito negli anni Settanta diventando direttore delle biblioteche municipali della capitale, un incarico che durerà sino al suo arresto. In Italia conoscerà una certa fortuna come innovatore per il linguaggio ostico o difficile e per la costruzione del romanzo. Di certo è lontano da certi stereotipi che hanno fatto la fortuna di tanta letteratura latino-americana. In lui non c’è alcuna concessione né al realismo magico di Garcia Marquez né al fantastico di Borges, non c’è spazio per descrizioni esotiche né eroiche, ma trovano una giusta dimensione dialoghi e incontri che restano sterili, anime che si perdono e non si ritrovano, situazioni apparentemente eterne e inalterabili e una città fantasma Santa María, apparsa per la prima volta nel racconto “Excursión” del 1940. Il vero ascendente va cercato fuori dalla sua area geografica, nell’ambito più ampio della letteratura americana, in particolare in quei mondi paralleli che spesso mette in scena come nel romanzo “La vita è breve”, opera fondatrice dell’epopea di Santa María, con uno sdoppiamento di funzioni del protagonista, Brausen, modesto impiegato di un’agenzia pubblicitaria, il quale, volendo scrivere una sceneggiatura per il cinema, finisce per inventare un intero universo, in cui si rifugia per sfuggire al mondo fisico.  Santa María diventa così un mondo sempre più a sé stante. I personaggi, illuminati in momenti diversi della loro vita, ritornano nei romanzi successivi, senza che possa essere identificato un ordine preciso degli accadimenti, un sequel o prequel come quelli delle serie televisive. Nelle coordinate spazio-temporali di Onetti, che sembrano davvero vicine a molte delle più intriganti teorie fisiche degli ultimi tempi, gli eventi si confondono e si giustappongono, e quanto ai personaggi, scompaiono e ritornano con diversi gradi di approfondimento, non nascondono un certo smarrimento che si trasmette al lettore, la loro età e le loro finalità sono spesso indefinite, i loro rapporti corrispondono a un’infinità di variabili. Lo scrittore spagnolo Antonio Muñoz Molina, grande estimatore di Onetti, notò che Santa María è un distillato e una mappa del tempo e dello spazio. Anche lo status di protagonista passa di mano: nei romanzi successivi al primo, a Brausen sarà stata dedicata una statua quale fondatore della città, e il testimone passa a un certo Larsen, impegnato in due difficili imprese, dapprima quella di amministrare un cantiere in rovina e in seguito di far accettare ai notabili del posto l’apertura di un bordello, ma tutto ciò senza troppa convinzione, scontrandosi anzitutto con la propria connaturata inerzia. Né manca nel primo romanzo la comparsata di un personaggio chiamato Onetti, che affitta un ufficio a Brausen e che questi descrive come persona piuttosto indisponente. Il Premio Cervantes, ottenuto nel 1980, non lo ha ricompensato delle sconfitte patite in precedenza, visto che per ben volte sfiorò il prestigioso Premio Rómulo Gallegos. I suoi libri, del resto, suonano come la capacità dell’uomo di rispondere a tutte le disillusioni della vita. 

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