Premio Nobel (Depositphotos)

Abbiamo letto le esternazioni di Nura Musse Ali, Commissione Pari opportunità della Regione Toscana. “Ci vien che ridere” per non piangere. Le avremmo creduto se vivesse in Afghanistan o in qualunque Paese dove anche lei – come le altre donne – fosse costretta a nascondersi sotto un burqa da cui non emergono nemmeno gli occhi, filtrati da un reticolo di striscioline.

L’avremmo ascoltata se avesse tentato di fermare la mano di chi uccide a pietrate la donna fedifraga o ne punisce un’altra a frustate in pubblico o impone a molte altre ancora l’ennesima gravidanza da fattrici di figli preferibilmente maschi. Le avremmo concesso il beneficio del dubbio se fosse stata obbligata di nuovo, come le donne afghane dopo la vittoria talebana, a non poter guidare un’automobile o uscire da sola, nemmeno per fare la spesa al mercato, o decidere la minima cosa, o scegliere un qualsiasi comportamento, o studiare, se lo desidera, in poche parole: condannate senza appello a non poter “vivere una vita umana”.

Ma lei, Nura Musse Ali, l’avvocata di origine somala  immigrata in Italia, miracolata dal politicamente corretto della Regione toscana, vi si sta arrampicando sopra per costruirsi un fulgente futuro politico in un paese che offre, alle opportuniste di turno, scontati percorsi verso il successo. E la sua voce, dissonante dal coro, le ha offerto enorme visibilità mediatica e una candidatura certa da parte di Alberto da Giussano o della Vispa Teresa, tanto più che ora una parte della “non destra” ne chiede le dimissioni.  Ce ne viene in mente un’altra come lei fra le bellocce furbastre all’ennesima potenza, l’osannatissima Jhumpa Lahiri, per alcune stagioni starlet della pseudo sinistra per il noiosissimo libretto sul suo studio dell’italiano che, tradotto in inglese da una guru del mondo letterario USA, ha anche vinto un immeritato premio Pulitzer. Ben diversa è la realtà delle donne dentro il caos in Afghanistan, all’inizio della prossima guerra civile, scoppiata con gli attentati dei kamikaze all’aeroporto di Kabul. L’unica speranza di salvezza per quel martoriato Paese è in mano alle donne afghane. E noi proponiamo che ricevano il Nobel per la pace, visto che non è stato ancora istituito il

Nobel per il coraggio, il Nobel per la vita, il Nobel per la verità, il Nobel per l’amore dei figli. La violenza nei confronti delle donne afghane e di altri Paesi teocratici è imposta dall’applicazione assolutista e restrittiva del Corano attraverso le norme della sharia, scritte dai corvi del potere e della corruzione, unici studenti ammessi a interpretare il libro sacro, e imposte da uomini ignoranti, protetti da armi di sterminio pronte a sparare su chiunque dissenta da orrende punizioni e morti. Altre chiese si sono macchiate degli stessi orrori parecchie centinaia d’anni fa, salvo farne ammenda quando era troppo tardi per risarcire le donne offese, bruciate al rogo per accuse mai dimostrate o anche gli uomini le cui confessioni erano state strappate con la tortura dall’Inquisizione.

Questo succederà di nuovo o sta già avvenendo in Afghanistan, ma le donne locali sono scese in piazza, a viso scoperto, senza burqa, senza paura, reggendo una lunghissima bandiera tricolore: nero per il passato oscuro, rosso per il sangue versato per l’indipendenza, e verde per la prosperità agricola, con la sovrimpressione di una mihrab, la nicchia che nelle moschee indica la direzione della Mecca per le preghiere quotidiane. Uomini sarcastici o tremebondi osservavano la protesta dai lati della strada. Sappiamo che quella bandiera, che ha secoli di storia, è già stata sostituita dai talebani con quella bianca su cui è scritto in nero: “Testimonio che non c’è nessun dio, al di fuori di Dio e testimonio che Maometto è il profeta di Dio”. Proprio per questo le donne hanno voluto riaffermare la legittimità del tricolore afghano, simbolo di indipendenza dal 1901, per mandare un chiaro messaggio ai nuovi invasori. A loro volta, le mamme afghane hanno compiuto il più grande sacrificio d’amore immaginabile, lanciando i figli, bimbi e bimbe, oltre le barriere dell’aeroporto di Kabul, nelle braccia subito protese e protettive dei soldati stranieri, per chiedere che li portino in salvo in un Paese dove possano crescere liberi di sviluppare il proprio potenziale. Altre madri afghane sono sedute da giorni, rischiando la morte, senza cibo, senza acqua, senza nulla, sul cemento degli hangar, nella labile speranza di riuscire a salire, con i figli che tengono in braccio, sugli aerei che ancora si solleveranno in volo fino al 31 agosto.  

Quelle che non ci riusciranno si aggiungeranno alle manifestanti, sciorinando bandiere ancora più lunghe, ereditate da decenni di sprezzo del pericolo di fronte ai conquistatori, che sono arrivati, uno dopo l’altro, e sono stati sconfitti, uno dopo l’altro. Gli ultimi sconfitti, in ordine di tempo, almeno avevano capito che il futuro sta nell’aprire le scuole alle bambine perché, crescendo, le donne che hanno studiato saranno in grado di cambiare la realtà per proteggere prima di tutto la famiglia e, di conseguenza, il Paese. In funzione di questo lungo progetto futuro di libertà autodeterminata, chiediamo formalmente che la Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà, che ne ha il potere, presenti al Comitato Norvegese, che è competente per il Nobel per la pace, la candidatura delle donne afghane al Premio 2021, che sarà conferito il 10 dicembre di quest’anno a Oslo e non a Stoccolma come tutti gli altri Nobel.  E ci auguriamo di essere ascoltati.  

Carlo Cattaneo (1801 – 1869)