Giorgia Meloni (foto depositphotos)

di Cristofaro Sola

 

Nella destra italiana il​ tafazzismo​ è tornato. Che bella notizia! È tuttavia storia vecchia che, a​ destra, se una cosa funziona non ci si sforzi di farla andare meglio ma ci si dia da fare per mandarla in rovina. Dopo l’autoaffondamento del​ Popolo delle Libertà​ non era stato facile ricostruire nel campo del​ centrodestra​ un rapporto di fiducia tra le varie anime che lo compongono. La stella polare seguita per restare uniti è stata quella di ascoltare il​ sentimento maggioritario​ nel Paese. E, per quel poco che possano valere, i sondaggi sulle intenzioni elettorali degli italiani lo confermano. Troppa grazia perché a qualcuno non venisse voglia di mettersi di traverso.

 

Ha cominciato​ Giorgia Meloni​ che, nell’intestardirsi a non salire sul carro del​ Governo Draghi​ in nome di una proclamata coerenza morale, ha visto l’opportunità di “fare cassa” elettorale dall’opposizione a danno dei suoi alleati. Per arrivare dove, non si capisce. Ad assestare bordate alla casa comune ci hanno poi pensato alcuni esponenti di​ Forza Italia, preoccupati delle loro sorti personali nel caso in cui la​ liaison​ tra il leader leghista e il vecchio​ leone di Arcore​ dovesse sfociare nell’auspicata unificazione dei due partiti. Ha dell’imbarazzante il comportamento velenoso di esponenti forzisti, presenti al Governo, che spendono più tempo a marcare i distinguo da​ Matteo Salvini​ che a dire una parola che sia una contro l’oscena faziosità, ancorché ridicola, di Enrico Letta. Come se non bastasse, ci si è messa anche la fronda interna alla​ Lega, la cosiddetta “ala nordista”, a sparare alla schiena del “Capitano”, facendolo passare per il parente scomodo di cui ci si vergogna ma che bisogna tollerare per il bene della famiglia.

 

Ragazzi, sveglia! Se siete a fare i fenomeni nelle stanze del​ potere romano​ o i “condottieri” in qualche regione d’Italia lo dovete a quel “marziano” di Matteo Salvini. È necessario che vi si ricordi dove eravate grazie alle vostre miopie da bottegai padani nel 2013, quando il giovanotto vi ha preso per mano per fare della Lega il primo partito italiano (il vantaggio virtuale di​ Fratelli d’Italia​ assegnato dai sondaggi è un’illusione ottica)? Non lo diciamo esplicitamente perché la volgarità non è nelle nostre corde, ma eravate proprio lì: ci siamo capiti. Mollare Salvini sulla battaglia per non estendere il​ Green pass​ indiscriminatamente a tutta la popolazione non è una genialata.

 

Giocare a fare i “draghiani” più di​ Mario Draghi​ non vi porta da nessuna parte, se non a essere gli “utili idioti” che lavorano per il nemico senza accorgersene. Il popolo della​ destra​ certi smarcamenti a favore di telecamere li ha già vissuti drammaticamente sulla propria pelle ai tempi dell’apoteosi di​ Silvio Berlusconi, nel 2009. Li ricordate​ Gianfranco Fini​ e l’opera demolitoria – suggerita da chi lo sappiamo, e neanche a farlo apposta era un inquilino del​ Quirinale​ – orchestrata per scavare la fossa a un leader che avrebbe potuto finalmente compiere la svolta liberale attesa dal Paese?

 

A​ Via Bellerio​ ci sarebbe qualcuno che si è accomodato sulla sponda del fiume nella convinzione di vedere passare il cadavere del proprio leader. L’occasione potrebbe essere prossima: una débâcle della Lega sotto la “linea Gotica” alle comunali di ottobre. Ora, non è che Salvini sia l’essere perfettissimo, qualche stupidaggine di recente l’ha fatta e ciò lo ha reso vulnerabile. Vogliamo dirlo? Aver ceduto sulla​ questione Durigon​ è stato un clamoroso boomerang che adesso gli ritorna contro. Quando i “governisti” della​ Lega​ si sono uniti al coro della sinistra nel condannare la presa di posizione dell’ex sottosegretario all’Economia, Claudio Durigon, sull’intestazione dei giardinetti pubblici di Latina ad​ Arnaldo Mussolini, chiedendone le dimissioni, Salvini avrebbe dovuto fare muro anziché accompagnarlo alla porta.

 

Ora, nel​ Lazio​ – e non solo nel Lazio – il popolo della destra che era stato orgogliosamente missino e poi di​ Alleanza Nazionale​ prima del suicidio politico di​ Gianfranco Fini, si era fidato della nuova Lega sovranista e meno della conventicola dei “quattro amici al bar di Via della Scrofa”, alias​ Fratelli d’Italia​ prima versione. Nessuna meraviglia se adesso la delusione patita per il trattamento riservato nel partito a Durigon condurrà quello stesso popolo a snobbare le urne delle​ Comunali di Roma, dove il centrodestra avrebbe potuto camminare sugli allori per prendersi il​ Campidoglio. Ora torna tutto in discussione con l’inquietante prospettiva per i romani che, dopo anni di disastri​ grillini, rispunti un vecchio arnese della​ sinistra​ (Roberto Gualtieri​ del​ Partito Democratico) a riportare indietro le lancette dell’orologio ad acqua del Pincio. Ma non ci sono soltanto i pesi massimi dei partiti a ingarbugliare la scena. Siamo quasi in autunno ed è tempo di funghi. In questi giorni spuntano ovunque, non solo porcini e prataioli ma anche “intellettuali” di destra che sfoderano ricette miracolose. Tra questi,​ Filippo Rossi​ di “Buona destra”.

 

Le cose che dice sono il trionfo dell’autolesionismo. La sua ricetta? Una​ destra normale, sana di mente, gentile, che rompa con l’altra faccia di quell’unico mondo: la​ destra sovranista,​ cattiva,​ tossica. Eppure, se c’è stata un’impresa per la quale​ Silvio Berlusconi​ sarà citato nei libri di storia è l’aver sdoganato la​ destra post-fascistaintroducendola a pieno titolo nelle dinamiche del cosiddetto “arco costituzionale”. Una conquista da custodire gelosamente. Oggi, come si dice a Napoli, “Se ne vene cacchio cacchio” “l’intellettuale” di turno a spiegarci, dalla pagina​ on line​ di “Formiche. net”, che la buona destra italiana dovrebbe prendere esempio dai cugini gollisti francesi che si sono opposti al​ lepenismo​ impedendogli di prevalere in Francia. Dichiara testualmente Rossi: “Marine Le Pen non vince mai proprio perché c’è una destra gollista che si oppone al sovranismo e al radicalismo. Insomma, due recinti politici distinti e distanti”. Bravo furbo! Così la sinistra e personaggi alla​ Emmanuel Macron​ la spunteranno sempre. Il dramma della destra francese è di non aver avuto in questi anni un​ Silvio Berlusconi​ in grado di sollecitare un sano revisionismo all’interno del mondo storicamente presidiato dal​ Front national,​ oggi​ Rassemblement National. Nell’Oltralpe, la strada giusta ancora auspicabile resta quella che passa per il pieno recupero di Marine Le Pen alle ragioni politiche e alla visione del gollismo, non la sua ghettizzazione e il congelamento dei voti – tanti – che la Le Pen drena nel cuore profondo della Francia.

 

E qui da noi che si fa? A sentire Rossi, per tenere a bada i “cattivi” sovranisti, alle Comunali di Roma va sostenuta la candidatura di​ Carlo Calenda, il rampollo della “meglio”​ borghesia radical-chic capitolina, contro quella del candidato unico del centrodestra Enrico Michetti. Ragazzi, comprendiamo la voglia di mettersi in mostra fingendo di avere un pensiero intelligente, ma bersi il cervello è troppo.

 

Mozione d’ordine: prima che parlino in pubblico, alcol test per tutti gli intellettuali, o sedicenti tali, di destra. Mettendo da parte l’ironia, lo diciamo senza mezzi termini: cari politici e intellettuali della parte avversa alla sinistra –come il mitico​ Walter Veltroni​ appellava il centrodestra – la ricreazione è finita. Basta giochi e giochetti di palazzo e castronerie sparate in libertà, c’è da ritrovare compattezza e unità d’intenti. Non vi è concesso suicidarvi politicamente, perché, dopo anni di strapotere della​ sinistra, c’è un popolo che attende disperatamente il proprio turno per governare il Paese. Stavolta cercate di non deluderlo. Sarebbe un’inemendabile vigliaccata.