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di Sergio Menicucci

Al centro di Manhattan sulla 43ma strada c’è il grattacielo vetrato di 52 piani disegnato da Renzo Piano. È la sede del giornale simbolo dell’informazione statunitense di qualità. Il New York Times, di orientamento liberal, ha festeggiato il 18 settembre i 170 anni dalla nascita per iniziativa del giornalista e uomo politico Henry Jarvis Raymond e dell’ex banchiere George Jones. Erano gli anni di metà Ottocento (1851) quando la libera stampa e indipendente si stava facendo largo nella società anglosassone. Occorreva già allora autorevolezza e un imparziale pragmatismo. Le notizie non arrivavano a fiumi come oggi ma tramite telegrafo e quindi dovevano essere sintetiche ed essenziali. Il giornale newyorchese nacque con una missione laica di difesa dei valori fondamentali dell’uomo e all’insegna di quella libertà che trova il simbolo nella statua d’ingresso al porto di New York. Il percorso è indicato già all’esordio. “Non crediamo, è scritto nel primo numero, che ogni cosa nella società sia esattamente giusta o esattamente sbagliata. Quel che c’è di buono desideriamo conservalo o migliorarlo. Quello che c’è di cattivo eliminarlo o riformarlo”.

Una posizione di ricerca della verità e di interpretazione della realtà basata sul dubbio, senza ideologismi e posizioni preconcette. Attraverso le sue pagine sono stati raccontati gli avvenimenti più importanti della storia Usa e i riflessi dei rapporti con il resto del mondo. Dai grandi temi agli episodi minori di cronaca: dalla condanna delle discriminazioni razziali alle battaglie contro la pena di morte, dalle lotte politiche per le elezioni del presidente americano (caratteristica del giornale far sapere ai lettori prima chi appoggiare), del Congresso, del Senato e dei Governatori. Ampi servizi nel tempo per il dramma dei cittadini che perdevano l’abitazione a causa dei terremoti, degli uragani, degli incendi e di recente per le speculazioni sui mutui subprime che hanno provocato alla fine del 2006/08 la più grande crisi finanziaria dopo quella del crollo di Wall Street del 1929. Nell’immenso archivio del New York Times (NYT per antonomasia) si rintracciano gli scontri delle bande di gangster al tempo del proibizionismo, il dramma dei giovani mandati a combattere oltre confine nelle più disparate regioni della terra (Europa nella Prima e Seconda Guerra Mondiale, in Vietnam, nella guerra del Golfo, in Afghanistan).

L’enorme produzione di inchieste ha portato i reporter del giornale a vincere per 132 volte il Premio Pulitzer, che rappresenta il massimo riconoscimento del giornalismo americano e forse mondiale. Tra gli argomenti premiati i risvolti del genocidio in Darfur, le condizioni degli immigrati, i retroscena del controllo della filiera farmaceutica, la scoperta dell’età del Dna. I canoni ai quali si attengono i redattori del quotidiano sono sempre due: mantenere distinti i fatti e i commenti, mantenere le critiche nel perimetro della correttezza e della educazione. È diretto da Dean Basquet succeduto a Jill Abramson ed ha una tiratura di circa 730 mila copie al giorno per la produzione cartacea e 1.135 per il settore digitale. In sostanza il quotidiano è acquistato da quasi due milioni di letto, a cui aggiungere il Boston Globe e una edizione internazionale. L’editore è la New York Times Company di Arthur Ochs Sulzberger jr, erede della famiglia che lo detiene dal 1896. Il maggiore azionista è però il miliardario messicano Carlos Slim, secondo uomo più ricco al mondo. Gli americani chiamano il NYT la signora in grigio ma la reazione preferisce rispondere “tutte le notizie su cui vale la pena di cliccare”.