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di PIETRO DI MUCCIO DE QUATTRO

Tra gli aspetti dei referendum in cantiere uno in particolare riguarda il rapporto con la democrazia parlamentare, determinato non tanto dal loro attuale numero quanto dalla raccolta delle firme, ormai effettuabile anche da casa con internet. La facilità e la rapidità della sottoscrizione dei richiedenti hanno già inciso profondamente sulla natura stessa del referendum abrogativo e, secondo alcuni, anche del Parlamento, sebbene indirettamente. Il referendum abrogativo costituisce di per sé uno strumento della democrazia cosiddetta partecipativa che tanto piace alle sinistre d’ogni varietà, le quali, per apparire progressiste ad ogni costo, vagheggiano la democrazia diretta, il superamento della rappresentanza parlamentare, senz’avvedersi che si tratta del ritorno al più antico passato, addirittura all’origine greca del governo del popolo. L’obiezione avanzata dai critici, ben pochi in verità, del proliferare incontrollato ed ormai incontrollabile dei referendum è complessa quanto considerabile. Se ogni primavera il Parlamento (di questo si tratta!) venisse investito da una valanga di votazioni (di questo, pure, si tratta!) sui referendum richiesti e ammessi, dove andrebbe a finire il prezioso sistema del governo rappresentativo, benché sgangherato all’italiana? Avremmo un paradossale Parlamento assediato dal popolo piuttosto che suo rappresentante; un Parlamento che, inseguito dai “referendari”, sarebbe più che tentato d’inseguirli a sua volta. Per conseguenza, poiché il tempo è modificabile solo nello spazio, come insegna Einstein, mentre qui sulla terra è incomprimibile, a Roma l’ordine del giorno delle Camere verrebbe di fatto stabilito dai “referendari” anziché dai parlamentari e l’indirizzo politico sfuggirebbe alle mani del Governo in carica. Il governo rappresentativo è la variante moderna dell’ideale governo misto elogiato da filosofi e storici come il migliore dei sistemi politici, dove l’elemento aristocratico (i migliori, in ogni senso) è bilanciato dall’elemento democratico e la funzione esecutiva viene così stabilizzata. Senato, Comizi, Consoli fecero grande la Repubblica romana. Oggigiorno la democrazia parlamentare funzionante esige che il processo decisionale sia improntato alla discussione politica delle misure legislative e amministrative da parte di dialoganti di diversa estrazione sociale e formazione culturale, la discussione parlamentare essendone l’apice conclusivo. La moltiplicazione delle richieste e delle celebrazioni di referendum tenderà per forza di cose a spostare la discussione sui loro oggetti specifici riguardo ai quali, in quanto tali, sarà difficile parlare di “politica generale del Governo” (articolo 95 Costituzione). E lo spostamento avverrà a misura che quella moltiplicazione crescerà. Potrà non accadere, d’accordo. Ma la carota è troppo succulenta davanti all’asino delle frazioni popolari. Infatti, hanno già proposto di raddoppiare il numero dei legittimati a chiedere il referendum. Rischiamo di avere, senza averlo scelto e senza soppesarne gli esiti, un sistema politico “plebiscitario” per settori e alla lunga, quindi, nel complesso. Un sistema che darebbe a spicchi della società l’impressione di determinare la politica nazionale, che ne risulterebbe invece frammentata e insicura, anche a scapito della responsabilità politica del Governo costituzionalmente insediato con le elezioni e la fiducia parlamentare. Il Parlamento legiferante e il popolo abrogante possono convivere? Bah.