Salvini (Depositphotos)

di Lucio Fero

Quel che è successo è lineare, immediato e neanche un po' faticoso da collegare: molti elettori hanno mollato la Lega, da Nord a Sud, da Torino a Napoli passando per Milano e Bologna. Mollata la Lega, alcuni hanno scelto di non votare, altri hanno votato Fratelli d'Italia. Hanno votato contro la Lega che sta al governo con Draghi, contro la Lega che collabora con la Ue, contro la Lega che partecipa a riforme. Hanno votato in nostalgia e astinenza della Lega anti sistema. Salvini d'istinto e natura, ancora prima che di calcolo e strategia, si è sentito in sintonia con questo sentimento, il leader ha sentito di dover dare soddisfazione a questo elettorato perduto.

Nel giro di poche ore l'occasione immediata: c'è un Consiglio dei Ministri sulla delega fiscale. Delega per decisione collettiva nella maggioranza (Lega compresa) che si era deciso di tenere, anzi concedere sulle generali. Senza entrare nei precisi provvedimenti perché accordo tra i partiti non c'era e non c'è. Solo la delega a rivedere le aliquote Irpef, in particolare quella che va dal 27 al 38 per cento del reddito. E la delega a rivedere, anzi rifare il Catasto, ma in cinque anni. Quindi delega al governo soprattutto perché governo possa presentarsi in regola con gli impegni alla cassa europea che paga all'Italia miliardi ogni sei mesi, se l'Italia fa riforme o almeno le progetta. L'impegno per i partiti è modesto, la delega è poco più che formale, ma c'è all'ordine del giorno comunque la parola tasse. E la parola tasse è un richiamo irresistibile per Salvini: lasciare la sedia vuota, anzi rovesciare il tavolo sulla parola tasse non è la tentazione, è io dovere e il piacere insieme per la Lega ferita dal voto.

Quindi Salvini dà mandato di non partecipare al Consiglio dei ministri. Motivo formale: il poco tempo per esaminare il testo della delega. Argomento così esile e infondato che non ci crede nemmeno lui, infatti lui stesso offre la vera spiegazione: si parlava di tasse. E ancora e soprattutto: "Basta piegare la testa". Insomma la Lega reagisce alla sconfitta elettorale scivolando fuori dal governo. A domanda su quale sia la linea Giorgetti risponde: "Boh". Il capogruppo leghista Molinari invece già dice: "Vogliono buttarci fuori dal governo".

Molti, i più, valutano che Salvini più in là di una mossa di scena non possa andare. E che quindi otterrà faccia a faccia con Draghi, ulteriori assicurazioni sul Catasto, soddisfazione sul post Quota 100 (anche perché qui tutti sono per età pensionabile effettiva di fatto intorno ai 62 anni) e molti, moltissimi titoli sui giornali. Mossa di scena quindi, anche fragorosa. Ma niente crisi di governo. Molti la vedono così.

Altri, i meno, valutano invece che...chi è nato quadrato non può morire tondo. Valutano la impossibilità, in termini di genetica politica, per la Lega di acconciarsi ad una identità e quindi ad una pratica riformista. Valutano che la Lega spingerà se stessa fuori dal governo come un liberarsi a prendere aria e respiro elettorale. Quindi valutano possibile, anzi in certa misura ineluttabile, una crisi di governo secondo tradizionali canoni della politica campagna elettorale permanente: chi perde voti rovescia sul tavolo. Solo che stavolta sul tavolo c'è Mario Draghi, piaccia o no la garanzia perché Ue e mercati finanziari si fidino e finanzino l'Italia. Cosa che non si sognerebbero di fare con Salvini o Meloni premier.

Infine, per ora questione per politologi o poco più, visto che Salvini soffre una politica moderata e riformista e pilota la Lega altrove, può esistere e può anche da qui prendere corpo un centro politico in grado di fare quel che la destra rifiuta di fare? La Lega di governo delle cose, Forza Italia, Azione di Calenda e Italia Viva possono generare qualcosa che non sia la loro somma, arlecchinesca e comunque scarsa, ma che sia il motore di un centro moderato e riformista? La risposta, finora, è stato un secco No. Ma se in Italia la Destra va all'opposizione di Draghi qualcuno, non a sinistra, non ci starà. Quanti e come?