Governo, il premier Mario Draghi (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Forse è giunta l'ora di distogliere la nostra attenzione dalle baruffe che con cadenza quotidiana agitano il dibattito tra le forze politiche e volgere lo sguardo più in alto, l'ora, cioè, per dirla con linguaggio sportivo, di "alzare l'asticella". Ci sembra, infatti, che sia maturo il tempo per prendere coscienza che è in atto una vera e propria rivoluzione copernicana destinata a dar corpo a una trasformazione che potremmo definire strutturale del nostro sistema politico. Due eventi ne sono chiara espressione: la crescita esponenziale del fenomeno dell'astensionismo (destinato, con ogni probabilità ad accentuarsi ulteriormente nelle prossime elezioni di ballottaggio) e la contemporanea valorizzazione della leadership di Mario Draghi.

Sta accadendo, dunque, che i partiti, com'era inevitabile dopo la cosiddetta "morte delle ideologie", hanno perso il loro appeal, mentre cresce il fascino dell'"uomo solo al comando" che ha fatto di Draghi, secondo una ricorrente definizione, una sorta di "De Gaulle italiano". In linea di principio, l'idea dell'"uomo solo al comando" non ci entusiasma. E, tuttavia, non possiamo non riconoscere che ci sono momenti nei quali le circostanze possono favorire una simile eventualità. Perché questo si verifica? La risposta: perché i partiti che, in una democrazia rettamente intesa dovrebbero essere considerati il punto di riferimento del sistema vengono meno, soprattutto per le carenze della loro classe dirigente, alla loro funzione.

In Italia si è verificato proprio questo: due sgangherate coalizioni, tra l'altro profondamente divise al loro interno, non sono state in grado di adempiere al loro compito. La "soluzione Draghi", voluta da Sergio Mattarella, è stata, quindi, a ben vedere, il frutto di uno stato di necessità e possiamo considerarci fortunati se abbiamo trovato a portata di mano questa soluzione e se colui che è stato chiamato a guidare il governo ha saputo farlo con spirito democratico, senza mai compiere atti di sopraffazione. Ora ci si domanda cosa potrebbe accadere nel prossimo febbraio se il premier dovesse trasferirsi al Quirinale, eventualità tutt'altro che da escludere.

In una società politica normale un avvenimento di questo tipo non dovrebbe comportare alcun trauma. Si tratterebbe di un fenomeno fisiologico e naturale. In Italia non è così ed è di tutta evidenza che ciò rivela drammaticamente un'assoluta insufficienza del sistema dal quale siamo governati. Sono anni - già nella cosiddetta Prima Repubblica - che i partiti riconoscono la necessità di una riforma che valga a rinnovare una Costituzione che certamente è stata tra le più belle del mondo, ma che, purtroppo, mostra tutte le rughe dei suoi anni (quasi settantacinque). Tuttavia su questo tema il mondo politico si è sempre bloccato e quei pochi tentativi di rinnovamento che sono stati compiuti sono abortiti sul nascere.

Ora la situazione sta per esplodere. Siamo all'ultima chiamata. Vorremmo essere ottimisti e dire che di questo stato di cose i partiti (ma esistono ancora?) hanno preso consapevolezza e che si accingono ad accantonare le dispute che li vedono protagonisti ("quisquilie" avrebbe detto il grande Totò) per dar vita ad un ampio piano di riforme. Ma, in tutta franchezza, guardandoci intorno, non ce la facciamo ad essere ottimisti.

OTTORINO GURGO