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L’ora X non esiste, né del precipizio né della risurrezione, perché le moderne democrazie sono troppo interconnesse per realizzare le previsioni delle funeste Cassandre del catastrofismo o per assecondare il ballo menato dalle fanfare del trionfalismo. E tutte le decisioni si misurano nei loro effetti “a regime”, non a caso un provvedimento come il Green Pass obbligatorio è entrato in vigore proprio di venerdì (anche se non a borse chiuse). Però questo annunciato “Black Friday” di Green Pass, rivelatosi l’opposto, segna comunque un volta-pagina: l’inquietudine sociale certo non è scomparsa, ma è contenuta in una più forte “spinta gentile” del paese. Spinta alla normalità, al lavoro, alla vita. Nessun trionfalismo, perché l’immane sfida si vince e si misura nel tempo, ma il tessuto connettivo del paese regge nei suoi fondamentali.

L’Italia non è un grande porto di Trieste perché le priorità percepite sono più quelle degli omologhi lavoratori del porto di Livorno, che dicono “il problema è il lavoro, non il Green Pass”. La regola vissuta non come imposizione da rifiutare, ma come tentativo per riconquistare la libertà. In un paese segnato da spinte ribelliste, pulsioni anti-statuali, con pezzi di classe dirigente storicamente inclini a cavalcarli è un fatto non banale, che forse spinge a riconsiderare quanto un certo spirito civico sia più radicato rispetto anche alle sue rappresentazioni. L’85 per cento degli italiani ha capito che i vaccini, anche rispetto a comprensibili paure, sono la via del ritorno alla vita e che una norma per agevolarli è un modo per “unire”, non per dividere il “paese”. Qui c’è un salto “culturale” da registrare, di visione, proprio rispetto al termine più abusato in questa fase: “libertà”.

Chi si vaccina lo fa per sé e per gli altri, e chi rispetta le regole lo fa per sé e per gli altri, nella consapevolezza che il bene del singolo, in una fase come questa, non è scindibile da quello della collettività. È l’opposto di una visione anarco-individualista della libertà come arbitrio e come “me ne frego”, dentro la quale c’è una rinnovata fiducia nei confronti dello Stato ed elementi di un patto sociale che tiene. La fiducia espressa da un cittadino che si fa iniettare un vaccino in vena, assieme agli altri, e che poi mostra un certificato per lavorare, andare in giro, svagarsi è un messaggio potente. La debacle culturale del sovranismo nostrano è tutta qui, su come ha declinato la parola libertà in relazione al lavoro: il tentativo di sostituire le vecchie parole d’ordine contro gli immigrati e contro l’Europa, franate di fronte a un nemico invisibile e non immaginario, con la rivolta del mondo del lavoro contro le regole è fallito.

L’idea che le regole sono una prigione coercitiva che limita la vitalità e l’energia di dipendenti e autonomi, commercio o servizi, per cui una volta la battaglia è per un’ora in meno di coprifuoco, un’altra volta sul tampone gratuito, e l’idea che, nella protesta sociale, si forma un nuovo blocco di riferimento della nuova destra: sono questi due assi che si inclinano in un mondo produttivo che va avanti, dimostrando, anche nel disgregato mondo del lavoro di oggi, quanto sia vitale l’antica lezione di chi, nella storia, la pensa all’opposto di Salvini e della Meloni. E cioè che, per l’operaio come per l’imprenditore, come per il dipendente pubblico, la libertà è, innanzitutto, emancipazione. Le catene che lo imprigionano non sono quelle di un pezzo di carta da mostrare ma di un salario da difendere o da migliorare. E questo accade proprio nel momento in cui, proprio l’emergenza sanitaria, mette tutti di fronte a una estrema vulnerabilità.

Non è finito né il disagio né il risentimento delle categorie né le spinte corporative legate al tema più generale di come il Covid il mondo del lavoro cambi morfologia e organizzazione, ma comunque la spinta solidaristica è stata più forte della rivolta alle regole di precauzione. La lezione di questo venerdì - che nero non è stato - è che non c’è un paese da pacificare, come se fosse in una guerra civile tra “sì vax” e “no vax”, “sì Green Pass” e “no “Green Pass”. C’è un paese da governare e da ricostruire, in cui la pacificazione non è con la classe dirigente del “tanto peggio, tanto meglio”, ma nelle cose, e nei risultati per come condizionano un processo di ripresa ancora molto lungo. Senza enfasi per lo scampato pericolo, senza sottovalutazione dei segnali di disagio che arrivano dalle proteste, sia pur contenute di oggi, come dalle piazze rumorose di ieri, come dal preoccupante astensionismo nelle urne, perché l’accettazione di una regola fondamentale non risolve in sé la questione sociale, né è la precondizione.

Con la tranquilla fermezza che ha consentito le riaperture, il ritorno in presenza dei lavoratori del privato e dei trentadue mondi delle PA senza un solo intoppo (a proposito, una lode a Brunetta), un rimbalzo del Pil superiore alle aspettative, una campagna vaccinale come precondizione di tutto ciò. È lo spirito con cui il presidente del Consiglio è passato già al prossimo dossier, con la tranquilla fermezza di chi ha preso e difeso le giuste decisioni, forse perché distante dal rumore dei ballottaggi e dalle pressioni di alcune constituency, soprattutto da quelle più scomposte, che invece qualcuno ha sciaguratamente cavalcato. Fortunatamente senza esiti brillanti.

ALESSANDRO DE ANGELIS