Gente d'Italia

Chi si ferma é perduto…

Di JUAN RASO

Nel 2015 il governo francese chiese a un esperto di prima linea – Bruno Mettling, Direttore della compagnia di telecomunicazioni “Orange” – un rapporto sui principali problemi che comportava l’adattamento del lavoro alle trasformazioni digitali. Tra le difficoltá  rilevate dall’esperto, si segnalava che l’eccesso di lavoro al computer poteva produrre danni alla salute.  La Ministra del Lavoro francese Myriam El Khomri promosse quindi una nuova legge nell’agosto del 2017, in cui si riconosceva per la prima volta il “diritto alla disconnessione” digitale. cioé il diritto del lavoratore di sconnettere i suoi apparecchi digitali (cellulare, laptop, tablet, etc.) da qualsiasi comunicazioni con la sua azienda. Il tempo della disconnessione – aggiungeva la legge – si sarebbe accordato a livello di contratti collettivi.

Nei quattro anni trascorsi da quella legge ad oggi .  in quasi tutte le legislazioni del mondo occidentale appare sancito il diritto alla “disconnessione”. Nel caso italiano – e in contemporanea con la norma francese – si approvó la Legge 81 del 22/06/2017, che stabilisce che nei contratti di lavoro si dovranno specificare non solo i tempi normali di riposo, ma anche le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare “la disconnessione” del lavoratore dai suoi strumenti tecnologici.

Chi é il responsabile della disconnessione? Lo he naturalmente il datore di lavoro che ha l’obbligo generale di prevenire qualsiasi situazione o condizione che ponga a rischio la salute del lavoratore. Perché rischi attraverso gli schermi della laptop e del cellulare ce ne sono e parecchi: vi sono malattie psichiche come il tecnostress, la tecnofobia o la tecnoansietá, accompagnate generalmente da  fenomeni vari di depressione; ma vi sono anche malattie fisiche, come disturbi muscoloscheletrici, lesioni oculari, rischi associati al sedentarismo o all'esposizione prolungata alle onde magnetiche. 

Ma non sempre é facile imporre al lavoratore la disconnessione. Lo sappiamo bene chi abbiamo figli o nipoti preadolescenti: come fare per staccarli dalla tablet o dallo schermo del cellulare? Lo stesso succede sul lavoro, dove da una parte giustamente si esige la disconnessione durante un tempo prolungato (generalmente 10 o 12 ore) tra giornata e giornata, ma dall'altra non sempre é facile adempiere l’esigenza. 

Infatti molti telelavoratori sviluppano – proprio come figli e nipoti – la patología della “dipendenza da internet”, internazionalmente nota con l’espressione inglese Internet addiction disorder, in acronimo IAD, Secondo il medico Ivan Goldberg, che ne conió il nome, la  IAD è un disturbo da dipendenza legato all’utilizzo intensivo e ossessivo di internet in tutte le sue forme, e quindi anche quella vincolata al lavoro. La "sindrome" di dipendenza dalla rete presenta segni e sintomi paragonabili al gioco d'azzardo patologico o altre attivitá compulsive come la visione di filmati in youtube o le diverse offerte che le piattaforme propongono a tutti noi. 

L’esperto Nicolas Carr associa questo fenomeno al flusso continuo di informazione attraverso la luminosità attrattiva degli schermi tecnologici, che produce in noi la stessa dipendenza delle farfalle notturne attratte dalla luce nell’oscuritá.

Immaginate dove siamo arrivati in questa strana societá post-moderna: chi piú, chi meno, siamo ormai diventati tutti piccoli e insignificanti lepidotteri abbagliati dalla luce degli schermi tecnologici- 

Comunque per il datore di lavoro non vi sará scampo: volente o nolente, dovrá controllare anche il telelavoratore dipendente da Internet, obbligandolo a sconnettersi. Le leggi non prevedono attenuanti quando il lavoratore é affetto dal IAD. Come dice la normativa italiana, sará obbligo dell’azienda in ogni caso valutare e porre in essere le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare “la disconnessione” del lavoratore dai suoi strumenti tecnologici. 

Stiamo proprio sprofondando in un mondo difficile, dove – come diceva Totó – chi si ferma, é perduto!

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