(foto depositphotos)

di Franco Esposito

Il presidente della fondazione Caponnetto la dice chiara e tonda. Aborre i giri di parole, e denuncia: “Un pezzo del porto di Livorno è in mano alla criminalità, non va nascosto”. E proprio al porto di Livorno si è sviluppato un curioso episodio. I trafficanti di droga si sono fatti scoprire. Ma sapete come? Parlando tra a loro al telefono, i due broker si chiedono meravigliati: “Ma come, solo tre quintali di coca? Ci hanno fregati. Ma non ce l’avrà mica rubata la polizia?”. 

Sequestrati dalla Polizia trecento chili di cocaina, di lì a poco vengono scovati, e sequestrati, altri centotrenta chili di droga. Operazioni diventate possibili proprio grazie alle intercettazioni e all’inconsueta sorprendente ingenuità e leggerezza dei due broker. Il numero uno della Questura, Lorenzo Suraci, diffonde un comunicato stampa che annuncia la conclusione dell’importante operazione da parte della Squadra mobile, della polizia di frontiera marittima e dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli. Il peso dell’intero carico di oltre quattrocento panetti spedito dal Sudamerica. Il traffico gestito appunto dalle cosche calabresi imperanti all’interno del porto di Livorno. Una chiara piaga. 

No, non è ricorso alla tattica il numero uno della Questura livornese. I panetti sono ancora nel container, composto da quattro enormi casse di legno. Gli investigatori non li hanno ancora trovati. “Quattrocentotrenta? Sono trecento…mancano centotrenta. Può essere che se la sono tenuta, eh…vedrai che se la sono tenuta…, e non può essere così”. 

Parlano, in un’intercettazione ambientale mentre si trovano tra le mura domestiche, Emanuele e Antonino Fonti, padre e figlio di sessantuno e trentotto anni. Ovvero il broker e il suo aiutante per mantenere i contatti fra la ‘ndrangheta dei presunti dominus Francesco Ritano e Giuseppe Antonio Ierace, entrambi in carcere, e il referente territoriale Massimo Antonino, un portuale livornese. 

Ritano e Ierace, messinesi emigrati nel Nord Italia, ipotizzano addirittura che le forze dell’ordine abbiano rubato o trattenuto la cocaina. Centotrenta chili, non una bazzecola. Il dialogo fra i due Fonti viene ascoltato dagli inquirenti. Si sono fatti autogol senza accorgersene. Gli uomini deputati al rispetto delle leggi drizzano le antenne e trovano la droga, “sfogliando i vari colli del container pannello dopo pannello”. 

I criminali trafficanti di droga commentano la notizia apparsa sui giornali, divulgata dal capo della Questura. Effettuano una sorta di rassegna stampa. Emanuele Fonti parla col figlio e si stupisce del motivo per il quale non vi sia stato ancora nessun arresto. “Però non parla dell’arresto qua, non c’è, possibile che non c’è nessun arresto. Se hanno fatto la perquisizione a casa di questo qua, questo non si trova….” “Magari non hanno trovato niente”, gli risponde il figlio. “Sì, però, quando pigliano uno, vabbè se no l’hanno preso ancora…”. 

E via con considerazioni, commenti, ipotesi. “Ci sono indagini in corso…”. Avevano ragione i due Fonti, padre e figlio. Nei giorni successivi all’operazione gli agenti coordinati dal dirigente della Squadra mobile, Valentina Crispi, d’intesa con la Dda, non avevano fermato nessuno, per proseguire meglio, sotto traccia, l’inchiesta. 

È così è andata, fino a due giorni fa. Sono scattati tredici arresti, ma due persone risultano attualmente latitanti. Tra gli arrestati, tre portuali livornesi: il già citato Antonini e i colleghi della Compagnia portuale Marco Billi e Fabio Cioni, sessantenne capo squadra della cooperativa. Con la stessa accusa – “associazione per traffico internazionale di droga, aggravato dall’ingente quantità” – è indagato Giordano Farioli, originario di Castelnuovo in Garfagnana, provincia di Lucca, ma residente a Livorno. Per lui l’obbligo di dimora nella città dei Mori. 

Secondo gli investigatori, Farioli avrebbe ospitato alcuni degli arrestati in un appartamento del quartiere Pontino-San Marco, che stava ristrutturando in qualità di operaio edile. Oltre a nascondere una pistola che, secondo l’accusa, gli avrebbe consegnato l’Antonini. Ma nulla di tutto si sarebbe verificato se gli ‘ndranghetisti non si fossero comportati da autentici polli. Autoaccusandosi nelle intercettazioni, ascoltate poi anche in conferenza stampa. Il passaggio che ha consentito alla polizia di trovare gli altri centotrenta chili di cocaina. 

Il prosieguo della storia non raccontata ai giornali per ragioni investigative. Le cronache sono rimaste infatti sempre a tre quintali di cocaina. Ai 266 panetti, contrassegnati con la lettera “H”, nascosti nelle casse di legname. In realtà, i panetti erano quattrocentotrenta, come i chili. Gli arresti sono arrivati al termine di altre operazioni delle forze dell’ordine, tra cui il sequestro record di oltre tre tonnellate di cocaina messo a segno dai carabinieri, poco prima della pandemia. Un preciso segnale, questo: il porto di Livorno è il crocevia internazionale del traffico di droga.