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Siamo così giunti alla quarta ondata, che le autorevoli voci dei virologi mediatici hanno definito assolutamente prevedibile con l’avvento della stagione autunnale e invernale. Naturalmente, gran parte della responsabilità di di questa dannosa congiuntura sarebbe “colpa” di coloro che hanno fatto la scelta, definita dall’ordinamento libera, di non vaccinarsi. Poiché, tuttavia, è stato trionfalmente ripetuto che l’Italia è il Paese più vaccinato d’Europa, se non del mondo, avendo coperto l’85 per cento della popolazione, vi sarebbe da chiedersi come mai addirittura una “quarta ondata”, espressione che ricalca quelle utilizzate in precedenza, quando il processo vaccinale non esisteva (la prima), non era ancora cominciato (la seconda), era agli inizi (la terza). Allora la domanda che viene spontanea: perché dire la “quarta”? Perché usare il medesimo termine, “ondata”, in un contesto nel quale la diffusione vaccinale avrebbe dovuto rendere marginale la diffusione del virus nella società. Non è questa in fondo la funzione sanitaria dei vaccini da quando sono stati inventati?

Evidentemente per i vaccini ora in uso le cose non stanno così; la cosiddetta “quarta ondata” ne è la testimonianza. Ma è propria a questa espressione, che contiene il tono allarmistico ormai consueto, che vorrei dedicare qualche riflessione. Non intendo contestare la esattezza degli indici del contagio, anche se, occorre sottolinearlo, dei “numeri” non è mai stata fornita (e questo fin dai primordi) una certificazione legale, che prescinde ovviamente dal mero riferimento della fonte, del quale, invece, il sistema mediatico si accontenta. La quarta ondata, dunque. Due aspetti: l’uno razionale, l’altro suggestivo e non del tutto separabili. Il primo, quello razionale, a partire dal nesso causa – effetto. Se la somministrazione del vaccino a un così gran numero di cittadini non impedisce la diffusione del virus e segno ne è l’obbligo, in certe situazioni ricordato anche abusivamente (Italo, per esempio), delle mascherine, allora la logica prospetta una alternativa: o i numeri dei contagi non sono esatti per eccesso, oppure il vaccino non ha l’efficacia per la quale è stato adottato e diffuso.

Insomma, usare la medesima espressione delle tre precedenti, senza circostanziare l’attuale livello di gravità del virus, è un po’ come darsi la zappa sui piedi. Proprio una tale improntitudine mediatico-comunicativa darebbe modo di sospettare che i vaccini siano stati adottati più come un placebo che non per la convinzione scientificamente fondata della loro efficacia farmacologica. E proprio questa seconda considerazione, che risponde alla razionalità di un processo logico, apre la strada al secondo aspetto: quello suggestivo. Questo gioca in più direzioni. Innanzitutto determina, in gran parte dell’ambiente umano, un legame diretto e indissolubile tra vaccino e paura. Sotto due profili: il primo, perché diffonde nelle persone l’idea che dalla pandemia se ne può uscire se si fa i bravi e ci si vaccina. Ma l’idea di una via di uscita ha una sua forza operativa a patto, paradossalmente, che resti viva la paura. È un paradosso psicologicamente e anche filosoficamente interessante: senza paura non c’è speranza.

Certo, la paura può anche produrre la disperazione; ma è qui che entra in gioco il profilo suggestivo: quello della “credenza”, come ebbe a dire in altro luogo ben più elevato Max Weber (Economia e Società), usando il tedesco Glaube. Termine, che in tedesco significa propriamente fiducia, ma che nella traduzione italiana dell’originale tedesco risulta “credenza”. In sintesi, allora, la paura della pandemia deve essere alimentata, al fine di radicare nella società la credenza-fiducia (Glaube, appunto) nei vaccini. Tuttavia, occorre considerare, e qui, pur nella suggestione, fa di nuovo capolino la razionalità, tra “credenza” e “fiducia” vi è differenza. La credenza riguarda esclusivamente lo stato psicologico del soggetto; la fiducia rinvia ad un oggetto capace di provocare affidamento. Lasciando da parte, ovviamente, il commento a Weber e alla relativa traduzione italiana, e passando al caso che ci riguarda da vicino, credo che le cose stiano più o meno così: la propaganda mediatica operata dagli “esperti scienziati”, consolidata dalla assenza di un confronto diretto con voci almeno altrettanto esperte (se non addirittura di un loro oscuramento), ha fatto un tutt’uno delle due dimensioni: credenza e fiducia si sono fuse, riempiendo di speranza il recipiente allestito della paura.

Una seconda direzione della suggestione farmacologica riguarda il ceto governante. Chi governa una situazione difficile e prolungata nel tempo ha immediatamente bisogno di disporre due fattori: obbedienza e via d’uscita. Vi ricordate l’hashtag demenziale: “Andrà tutto bene!” ? Qui torna in gioco Weber e ora in senso proprio: la legittimità di un potere di governo, secondo Weber, si fonda sulla “credenza” (in italiano) “fiducia” (in tedesco) dei cittadini nell’ordinamento giuridico. Nel caso che ci riguarda, tuttavia, occorre una aggiunta sconosciuta a Weber: che oggi la “gente” (nel senso dell’inglese people) non sa più cosa sia un ordinamento né probabilmente le interessa saperlo. D’altra parte, chi esercita il governo, non più secondo la logica ordinamentale (come dimostrano atti normativi del tutto inediti sia nella forma che nella procedura), ma secondo il nuovo modello detto governance, che propriamente significa negoziazione tra poteri di fatto, per trovare “equilibri” che, per loro natura, sono contingenti, non può che presentarsi all’opinione pubblica come una forza affidataria, nella quale la gente impaurita possa credere. E qui la razionalità torna a versarsi nella suggestione. Ne segue che il nesso suggestivo paura – vaccini è servito e continua a servire per tenere saldamente in mano le redini del potere di governo. I

l sistema di potere, per essere saldo, ha bisogno anch’esso, come dire, un di un “vaccino” idoneo a proteggere la società dalla disobbedienza e dalla critica della ragione. Il sistema, per essere effettivamente tale, deve essere capace di inoculare obbedienza passiva e diffusa, attraverso il pharmacon costituito dalla sequenza paura – vaccino – credenza – speranza. Ha bisogno anch’esso, quindi, di una proteina spike. Essa viene da tempo prodotta e diffusa in grande quantità dal sistema mediatico; da ben prima, cioè, della pandemia. Ora, nel contesto attuale, torna quanto mai utile al fine di proteggere la società contro il pensiero critico e curarla con l’abitudine mentale alla obbedienza o, magari, alla sola pulsionalità reattiva, che consente lo sfogo, ma lascia il tempo che trova. Vaccino e cura, insomma; un nesso che fa il gioco di tutti i produttori del potere: finanziari, tecnologici, governativi. In questo senso, l’evento pandemico rappresenta uno specifico esperimento sul campo, come d’altra parte ha scritto Klaus Schwab, che, come è noto, è il fondatore e attuale presidente del Forum Économique Mondial (Wef), in Covid-19: La grande Réinitialisation, Genève 2020.

Come il lettore può constatare non ho mai usato in queste righe il termine “politici”, per la semplice ragione che la “politica” esisteva, pur con tutti i suoi “peccati”, al tempo di un pensiero autentico, formato culturalmente. Ora, che l’ambiente umano non è stato più allenato a pensare ed è stato curato, e non da oggi, con l’anestetico della rilassatezza mentale, facendo salva la contingenza della reattività pulsionale veicolata dal sondagismo ossessivo, la politica è scomparsa e con questa i politici. Naturalmente sarebbe scorretto fare “d’un erba un fascio”; ma una sorta di riscontro e conferma lo sia ha dal crescente astensionismo elettorale. Comunque il sostantivo “politici” è ancora normalmente in uso e se ne sono appropriati un buon numero di personaggi che Sciascia avrebbe collocato tra gli “ominicchi” e i “quaquaraquà”; in realtà si tratta di personaggi che appaiono essere costituiti da cinismo, furbizia e arrembaggio. Unica meta: il potere, ora. I “padrini” (sempre à la Sciascia), cioè gli strateghi, sono altrove. Il lettore tragga le sue conseguenze, se ne avrà voglia!

BRUNO MONTANARI