di Juan Raso

 

Il 19 dicembre prossimo i cileni andranno di nuovo alle urne per l’incerto ballottaggio presidenziale tra il candidato della sinistra Gabriel Boric e quello di destra Antonio Kast. I primi sondaggi danno un lieve vantaggio per Boric, ma nulla é certo anche perché in Cile il voto non é obbligatorio e la partecipazione elettorale non raggiunge il 50%: quindi un maggiore o minore impegno dei votanti verso l’uno o l’altro candidato potrebbe cambiare il risultato. 

Ma non é di questo che voglio parlarvi, o almeno non pretendo in questa occasione essere un analista affidabile sui risultati di queste elezioni. Voglio parlare d’altro, e cioé di un qualcosa che potrei definire como la “polarizzazione delle masse”. Politologi di chiaro prestigio concordano sul fatto che i due candidati sono peggiori che i loro referenti precedenti. Kast é un invasato populista di destra, che non ha niente a che vedere con il Presidente Sebastián Piñera, uomo prudente e misurato, mentre Boric é un arringatore del popolo, che si fa forte della violenza e dell’insoddisfazione popolare, ed é ben distante dalla immagine della sinistra cauta e progressista di Michelle Bachelet.

In altre parole, qualsiasi sia il risultato del ballottaggio cileno, para che il successore presidenziale contribuirá ad ampliare la crepa sociale di una nazione, che fino a due o tre anni fa era all’avanguardia in América Latina. Pare anche che le due proposte politiche, oltre a rappresentare posizioni estremiste, coincidono in un messaggio semplice e polulista per allettare masse, che solo trovano nel confronto estremo, lo stimolo per partecipare nelle sfide elettorali.   

L’anno scorso scrissi che il populismo é quel sistema che ti taglia le gambe e poi ti regala le stampelle, affinché tu possa camminare. Nel ragionare sulle elezioni cilene, ascolto i messaggi politici dei candidati, che coincidono nella retorica del salvataggio nazionale, anche se lo fanno da visioni completamente contrarie che vedono lo scontro come l’inevitabile lotta contro un nemico, che bisogna annientare a tutti i costi. 

I messaggi sono diretti a radicalizzare le masse, con la finalitá di accontentare – costi quello che costi – i votanti. Il messaggio populista, da un lato e dall’altro, non si basa su ideologie razionali o programmi politici chiari, ma persegue lo scopo principale (e forse unico) di dividere la realtá tra il bene e il male in una visione manichea che separa l’amico dal nemico, il mio dal tuo, il bianco dal nero. Piú che i valori, importa promettere generosamente tutto ció che sia festeggiato dal comune cittadino: una previdenza sociale che soddisfi tutti, una distribuzione del reddito migliore con salari piú alti e, naturalmente, una politica fiscale che lasci tutti contenti. In questo contesto l’assistenzialismo é portato all’estremo e quindi per tutti vi sono sempre promesse palesi o velate di un cospicuo reddito di cittadinanza. Come si finanzino poi tutte queste promesse non é chiaro, ma non importa. Nei messaggi populisti non si parla del lavoro, del sacrificio della famiglia, della solidarietá degli operai e della intraprendenza degli imprenditori, visti come antiche espressioni di un passato paternalista totalmente fuori moda. 

Parlo di populismo, perché nei messaggi delle estreme posizioni dei due candidati cileni di populismo ce n’é tanto. Mi chiedo como é stato possibile che in Cile – ieri economia stella del continente ed dallo scorso anno centro di forti tensioni sociali – la confrontazione politica e sociale sia scesa a inaccettabili livelli. Le spiegazioni possono essere molte e diverse, ma tra queste segnalo al primo posto la caduta dell’educazione: la democrazia sociale – la vera democrazia – iniziava un tempo sui banchi di scuola (della scuola pubblica, intendo) dove il figlio del portiere studiava con figlio del dottore e quello dell’operaio con il figlio del funzionario comunale. Oggi – in Cile, come nel mondo globalizzato –  l’educazione è ogni volta più differenziata: la pubblica – con livelli ogni volta piú scadenti –  per i ceti bassi e la privata per i ceti alti e medio alti. La crisi della scuola pubblica ha dato inizio alla vera “crepa sociale”, avviando un circolo vizioso che retroalimenta scarsa formazione, disoccupazione e precariato, per coincidere oggi nella scelta del populismo como speranza facile e ingenua di tanti, che preferiscono perdere le gambe, ma ottenere gratuitamente un bel paio di stampelle, magari accompagnate dal reddito di cittadinanza.