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Di OTTORINO GURGO

Da molti anni la politica italiana accarezza un’ipotesi che, se realmente la si realizzasse, aiuterebbe ad uscire dalla palude nella quale si trova: la costituzione di un “Grande Centro”, capace di dar vita all’incontro di forze che, pur partendo da posizioni ideologiche diverse e scegliendo il meglio delle tradizioni liberale e socialista, si ritrovi su una piattaforma comune che la leghi ad un progetto riformista. Stando ai sondaggi, una formazione di questo tipo potrebbe raccogliere – e sarebbe soltanto un punto di partenza – il favore di almeno il dieci per cento del consenso elettorale e godrebbe di una rendita di posizione che ne farebbe l’ago della bilancia, arbitro della vita politica nazionale. Si tratterebbe, oltre tutto, di un modo per nobilitare un’attività politica che di nobile, da qualche tempo a questa parte, ha espresso veramente poco. Stando alle indiscrezioni che circolano nei palazzi romani, non sono pochi che penserebbero ad una iniziativa in questo senso, nella convinzione che una forza centrista animata da autentico spirito riformista, avrebbe ampio spazio in un panorama politico dominato da partiti privi di idee e animati unicamente da intenti opportunistici. Ma, per realizzarsi e aver realmente successo il “Grande Centro” ha bisogno di leader capaci di farsene interpreti. E qui nasce il problema perché gli unici due politici sostanzialmente svincolati dagli schieramenti attuali sembrano essere Matteo Renzi e Carlo Calenda che guidano rispettivamente “Italia viva” e “Azione”. I due, attestati su posizioni almeno all’apparenza simili, potrebbero essere idonei, per capacità e fantasia, a farsi promotori di un’iniziativa quale quella che abbiamo descritto e, agendo di conserva, potrebbero costituire un polo di attrazione nei confronti di quanti, a destra e a sinistra, sono scontenti della loro collocazione. Ma questa ipotesi che, in teoria, potrebbe essere vincente, si scontra con un elemento che, in politica, ha una sua non trascurabile importanza: la rivalità, l’antagonismo che finiscono con l’avere esiti paralizzanti. Così Calenda finisce con il vagare in un limbo che lo isola e ne mortifica l’identità e Renzi viene risucchiato dal centrodestra che lo lusinga con apprezzamenti chiaramente strumentali. In tal modo quel “Grande Centro” che pure in molti giudicano necessario per mettere ordine nel confuso panorama politico del nostro paese, resta al palo. Probabilmente nessuno dei due esponenti politici che abbiamo citato, malgrado la loro “vivacità” e il loro impegno, ha lo spessore per potersi considerare un autentico leader, capace di superare i propri penalizzanti personalismi e realizzare un’operazione politica che richiede protagonisti degni di questo nome che non si smarriscono in manovre di piccolo cabotaggio. Ciò contribuisce a renderci scettici sulla reale possibilità di dar vita, nonostante le molte parole che si sprecano su di esso, al “Grande Centro”, gravato da troppe difficoltà e resistenze. E così, ancora una volta, ci troveremo a riflettere su “quel che poteva essere e non è stato”.