di Marco Lupis

 

Santa Claus – e ancor più Gesù Bambino – si faranno vedere assai poco in Cina quest’anno.​ La spinta governativa sempre crescente verso gli ideali del nazionalismo e del “socialismo con caratteristiche cinesi”, unita all’esortazione del Partito Comunista – al potere in Cina da oltre 70 anni ormai – al boicottaggio dei valori culturali occidentali, sta facendo sì che molti genitori cinesi scelgano di rinunciare ai festeggiamenti natalizi per “evitare guai”. Per questo, quest’anno, Babbo natale e Gesù Bambino non verranno a portare regali a molti bambini cinesi. La tendenza alla “cancellazione” del Natale e delle sue tradizioni è strettamente legata alla recente stretta del governo di Pechino sulle religioni. La scorsa settimana, intervenendo alla prima conferenza nazionale sul lavoro religioso in Cina dal 2016, il presidente Xi Jinping ha avvertito che le attività religiose devono rimanere entro la legge, imponendo anche un ulteriore rafforzamento dei controlli online sugli affari religiosi, in nome della “sicurezza nazionale”.

 

Ma non basta. Perché la strategia del PCC per portare al successo una vera e propria “cancel culture” in salsa cinese sta colpendo anche l’insegnamento delle lingue straniere, e in particolare dell’inglese. Lo si è visto a luglio quando, citando la necessità di ridurre il carico di lavoro per gli alunni e l’onere finanziario per i genitori – ma con l’evidente fine di rafforzare ulteriormente il controllo ideologico -​ Pechino ha lanciato una serie di politiche per riformare il settore dell’istruzione privata del Paese. Le istituzioni educative private in tutta la Cina chiudono i centri di insegnamento della lingua inglese a seguito di questo giro di vite, e le scuole pubbliche evitano i festival stranieri in ossequio ai dettami del crescente nazionalismo. In base alle nuove regole, è vietato accettare investimenti stranieri e trarre profitto dall’insegnamento di materie come l’inglese, mentre è vietato accettare i curriculum stranieri o l’assunzione di stranieri con sede fuori dal paese per le lezioni online.

Molte famiglie, che fino a ieri affrontavano sacrifici economici per mandare i propri figlia a studiare l’inglese – ritenuto anche in Cina, sempre fino a ieri, la lingua di collegamento per le economie sempre più integrate del mondo -​ oggi preferiscono rinunciare, sempre per “evitare guai”. E in questa logica verso l’iper-nazionalismo, appare persino coerente come il Natale e tutto il suo “pacchetto” di tradizioni e festeggiamenti così tanto “capitalisti” e “occidentali” sia finito dritto-dritto nel calderone delle pratiche e delle tradizioni sgradite al Partito.​ ​

 

Natale non è un giorno festivo in Cina, ma è una festa popolarissima tra i giovani – al di là del suo valore religioso – fin dagli anni ’90.​ Per i 68 milioni di cristiani cinesi, poi (pari circa al 5% della popolazione,​ tutti “registrati” dal governo e facenti obbligatoriamente riferimento alla cosiddetta “Chiesa patriottica”, controllata dal Partito comunista) il Natale resta sempre la festività per eccellenza, ma negli ultimi anni è diventato di giorno in giorno più difficile, sgradito e – a volte – persino pericoloso, festeggiarlo. Un numero enorme di cinesi – specialmente nelle grandi aree urbane – è abituata a celebrare una versione del Natale commercializzata e religiosamente sterilizzata, più o meno come facciamo noi in Occidente: escono insieme per fare acquisti per i regali, vanno a pattinare e festeggiano. Ma negli ultimi anni, nel tentativo di resistere alle influenze culturali occidentali, il governo ha cercato in tutti i modi di raffreddare l’entusiasmo pubblico sul Natale.

 

Nel 2006, un folto gruppo di studenti delle università cinesi, inclusi quelli della Peking e della Tsinghua University a Pechino, considerati atenei “d’élite”, aveva dato il via a questa tendenza, pubblicando una lettera aperta che condannava i cinesi per la loro crescente inclinazione a celebrare il Natale. Ma le critiche non sono riuscite a spegnere l’interesse del pubblico per le celebrazioni “occidentali”. Nel 2018, anche sulla spinta della crescente nazionalismo innescato dalla guerra commerciale sino-americana voluta da Trump, i governi locali della provincia dell’ Hebei – a nord – e quelli del Guizhou e del Guangxi – a sud – hanno emesso ordini che vietavano le decorazioni festive e i raduni su larga scala per celebrare il Natale. Resta tollerato che i centri commerciali e i negozi mettano delle decorazioni e lancino promozioni di vendita festive, ma devono mantenere un profilo basso. Alle scuole e alle università in tutta la nazione è stato intimato dalle autorità di non celebrare “feste occidentali”.

 

Ma i bambini cinesi, esattamente come quelli del Mondo Occidentale, amano il Natale, per la gioia e il calore della festa e i regali di Babbo Natale. Non ricevono regali in nessuna festa tradizionale cinese. Anche nel caso della festività tradizionale più importante dell’anno, il capodanno lunare, dove per tradizione ricevono un pacchetto rosso dai nonni, la tradizione vuole che dentro il pacchetto o la busta vi siano soldi, non regali. “Anche se mi piace decorare l’albero con i miei figli, ho deciso che non celebreremo più il Natale per motivi di correttezza politica” ha scritto in un post divenuto subito virale, un utente di Weibo, il Twitter cinese. Mentre un altro ha scritto che “Molti colleghi e amici stanno boicottando il Natale per dimostrare il loro patriottismo dopo aver visto “ La battaglia del lago Changjin” in ottobre”.

 

Il riferimento è ad una delle tante produzioni patriottiche lanciate quest’anno per celebrare il centenario del Partito Comunista Cinese, “The Battle at Lake Changjin”, una pellicola che descrive una battaglia cruciale della guerra coreana come la lotta tra gli eroici soldati cinesi e​ le sadiche e depravate truppe degli Stati Uniti. Il film ha letteralmente sfondato il botteghino cinese del 2021, con un incasso record di 5,6 miliardi di yuan (874 milioni di dollari), superando il precedente di un altro film “patriottico”: Wolf Warrior 2”. “La battaglia del Lago Changijn” ha scatenato una vera e propria frenesia patriottica online, con migliaia di utenti che, sulle più popolari piattaforme di social media come appunto Weibo e Douyin, hanno giurato che non avrebbero più celebrato il Natale per commemorare il sacrificio fatto da quei soldati cinesi.​

 

In verità, il legame tra il Natale e i “cattivi soldati americani”, nel film è molto relativo. Mentre i soldati statunitensi sono ansiosi di finire la battaglia per poter tornare a casa per il Natale del 1950, infatti, i loro avversari cinesi- mal equipaggiati e costretti a cibarsi solo di patate congelate a temperature sotto lo zero – resistono e combattono fino all’ultimo. Ma tanto è bastato ad innescare una vera e propria isteria collettiva anti-natalizia online, con quegli utenti che “osavano” condividere foto di classiche decorazioni festive, come abeti e lucine, divenuti rapidamente bersagli di commenti velenosi tipo: “Non hai visto La battaglia sul lago Changjin?” o “Hai dimenticato il tuo impegno patriottico di stare lontano dal Natale?”

 

Curiosamente, il tabloid portavoce del PCC, il Global Times, ha in qualche modo “preso le distanze” da questa montante frenesia anti-natalizia in Cina, dedicando un lungo articolo proprio alla figura di​ Babbo Natale. Il pezzo, pubblicato martedì scorso e intitolato “I bambini cinesi sono divisi sulla questione dell’esistenza di Babbo Natale, eppure fanno a tutti gli auguri per le festività natalizie”, si apre con una realistica constatazione: “Il mito del vecchio, allegro, grassone vestito di rosso, che porta doni per tutti i bambini ben educati del mondo, è arrivato in Cina negli ultimi anni. Sebbene sia conosciuto con i suoi molti nomi – Babbo Natale, Santa Klaus o, qui in Cina, Shengdan Laoren , tradotto letteralmente come “Vecchio uomo di Natale” – la leggenda rimane più o meno la stessa”, e prosegue intervistando molti bambini, che danno al giornale più o meno le stesse risposte che potrebbe dare un bambino europeo, o americano. “Credi a Babbo Natale?” Abbiamo chiesto a Yang Tianyi di quattro anni, che stava giocando con una macchinina” si legge nell’articolo. “Sì, ci credo”, ha risposto lui. E come pensi che sia? ““Babbo Natale è un uomo grasso che indossa un cappello rosso, un cappotto rosso e un paio di stivali grigi”, ha detto. “E’ un brav’uomo.” L’articolo si conclude con una considerazione molto realistica: “Senza credenze cristiane” scrive il giornalista del Global Times, “i bambini cinesi conoscono Babbo Natale da storie, film, cartoni animati o semplicemente decorazioni per centri commerciali. Pertanto, tendono a capirlo dalla prospettiva di una fiaba e, in una certa misura, possiamo dire che il vecchio allegro potrebbe non essere diverso da Doraemon nella loro piccola mente, entrambi i quali possono realizzare i sogni dei bambini. Ma nonostante le differenze culturali” ammette il tabloid del Partito Comunista “alla domanda se avrebbero voluto che Babbo Natale esistesse, tutti ci hanno dato risposte positive.”

 

La strada per far fuori Babbo Natale, insomma, intrapresa dai Partito Comunista in Cina, parrebbe più irta di difficoltà di quanto i seriosi e solerti censori di Pechino potessero prevedere. Almeno a sentire i veri “esperti” sul tema.​ In Cina come ovunque nel Mondo: i bambini