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Di OTTORINO GURGO
Sottovoce, ma nelle segrete stanze dei palazzi della politica, se ne comincia a discutere e non soltanto da parte della destra che non da oggi lo sostiene. Parliamo del presidenzialismo, cioè di una radicale trasformazione del nostro ordinamento costituzionale all’interno del quale si dovrebbe realizzare un’autentica rivoluzione copernicana mutando la propria identità: non più regime parlamentare, ma presidenziale.
Il problema fu, a suo tempo, oggetto di dibattito all’assemblea costituente dove la scelta presidenzialista venne sostenuta con forza da Piero Calamandrei. In epoca più recente a sostenere il presidenzialismo è stata, come abbiamo detto, la destra.
Ma da qualche tempo voci in favore di questa diversa forma di governo si sono levate anche in altri settori, cosicché la parola “presidenzialismo” che sembrava doversi considerare alla stregua di un’eresia, ha preso a circolare con una certa insistenza.
Perché? Per cercare di dare risposta a questa domanda, è opportuna una premessa: le norme – comprese quelle costituzionali – vivono nel contesto all’interno del quale operano. Non sono avulse dalla realtà che le circonda e ne disciplinano la vita.
Le norme che hanno fatto dell’Italia una Repubblica parlamentare sono legate alla presenza dei partiti, tanto che in molti tendono a definirla una “Repubblica dei partiti” poiché erano proprio i partiti, con i loro precisi connotati ideologici, a dominare la scena. A guidarli e a deciderne le scelte, era, poi, una classe dirigente di notevole spessore.
Non vorremmo apparire come dei nostalgici del tempo che fu (che aveva, peraltro, anche i suoi difetti) ma ci sembra di poter dire, senza tema di smentite, che i politici di oggi non sono in alcun modo comparabili con quelli di allora.
Insomma, con il trascorrere del tempo, si sono determinate fondamentali trasformazioni: i partiti, travolti dalle loro degenerazioni e privati dei loro riferimenti ideologici, non esistono praticamente più e carità di patria ci consiglia di tacere sul livello attuale dei loro leader.
Oggi la guida del,paese – inutile nascondercelo – è garantita dalla presenza di un capo del governo, Mario Draghi che, pur essendo considerato il più idoneo candidato alla presidenza della Repubblica, si vuole mantenere alla guida dell’esecutivo poiché il suo trasferimento da Palazzo Chigi al Quirinale potrebbe indebolire, in questo momento l’azione governativa.
Di fatto, dunque, il nostro paese tende a trasformarsi in una Repubblica presidenziale ed è lecito a questo punto chiedersi se non sarebbe opportuno dare formale sanzione a questa trasformazione anche per evitare che, al vertice dello Stato, si determini una pericolosa situazione in virtù della quale il presidente della Repubblica abbia un potere subordinato a quello del presidente del Consiglio.
L’affermazione fatta da Draghi durante la conferenza stampa di fine anno secondo cui sono state create le condizioni perché il governo possa andare avanti indipendentemente da chi,lo presiede, conferma la sua disponibilità al nuovo ruolo.
Un’ultima notazione: esistono molte motivazioni – e le condividiamo – per preferire il sistema parlamentare a quello presidenziale. Ma se in Italia queste ragioni sono state vanificate, la responsabilità è tutta dei partiti o, meglio, della loro scomparsa.
Ottorino Gurgo