Il palazzo del Quirinale, sede della Presidenza della Repubblica italiana (foto depositphotos)

Ragazze, è frustrante, diciamocelo. Periodicamente, come certe comete portasfiga, riappare quello slogan da incubo: “Una donna a…. “(segue qualunque cosa, dal Quirinale al palco dell’Ariston). E’ da incubo perché ci rammenta due cose, opposte e coincidenti: che chiedere, anzi pretendere “una donna” ovunque – ma in questi giorni parliamo soprattutto del Quirinale (prima che arrivi l’Ariston) – è assolutamente giusto, e contemporaneamente che è profondamente ingiusto.

Ogni volta che tutte noi, con le nostre differenze e specificità, veniamo schiacciate sotto l’unica etichetta “una donna” si consuma la stessa, antica specie di crimine contro l’uguaglianza (e la differenza, due cose che funzionano assieme, pensate un po’) che va avanti da millenni. Eppure, se nell’anno di grazia 2022 – 75 anni dopo la nascita della Repubblica, alla vigilia dell’elezione del tredicesimo Presidente – siamo costrette a tirare per la giacchetta (o la livrea, a seconda…) partiti e partitelli assorti in conciliaboli e dire “signori, guardate che sarebbe pure l’ora, di votare una donna”, stiamo solo facendo una cosa odiosa e necessaria. Non sufficiente, ma necessaria.

Inutile, probabilmente, ma necessaria.

Anzitutto per ricordare, a loro a noi stesse e a tutti, che è scandaloso che “una donna” non sia un’ipotesi neppure contemplata, e nelle liste e listini di cui si discute da settimane le donne – donne “specifiche”, con nomi, qualifiche, percorsi istituzionali, competenze – sono solo la panchina della panchina, il momento coloristico, il periodo ipotetico dell’irrealtà. Appunto, non la donna, questa o quella, ma “una donna”, rappresentante onnicomprensiva di un genere in quanto tale, senza differenze, specificità, attribuzioni.

Naturalmente, l’obiezione prima che viene mossa – in egual misura da uomini e donne – a qualsiasi appello per l’elezione di “una donna” è: suvvia, non abbiamo bisogno di “una donna”, ma di “una persona” che incarni questo e quel valore, questa e quella caratteristica, che diamine, il Paese, specie in questo delicato momento, ha bisogno di una figura di carisma e competenza e dignità e onore, a prescindere dal sesso.
Poi, di solito si girano e continuano a parlare dei “loro” candidati, tra avanzi di vecchie Repubbliche, allegri pregiudicati e papi della Patria.

Perché, mie care e cari, la nuda realtà è questa: alla richiesta – con tutti i punti deboli che riconosciamo – di “una donna”, e alla risposta “non una donna, suvvia,  bensì la persona giusta”, non seguirà la ricerca della “persona giusta”, ma del candidato che piaccia, appaghi e soddisfi le parti politiche in gioco. Indipendentemente non dal sesso, che sarebbe pochissima cosa, ma dal candidato stesso.

Dunque noi donne saremo, come sempre, gabbate due volte, con un meccanismo logico che ricorda tanto il Comma 22: se chiedi “una donna” non chiedi competenza e specificità, quindi la tua richiesta è da cestinare in quanto tale, ci vediamo al prossimo giro, mentre intanto decidiamo senza tenere in alcun conto competenza e specificità, ma tanto tu non le avevi chieste, no?

No. Io infatti – io in quanto “una donna” –  avevo chiesto una cosa che non esiste, non ancora: la parità. Parità ai blocchi di partenza, che non vuol dire parità alla linea del traguardo (dove sì che contano differenze, qualità e specificità). Chiedere “una donna” vuol dire solo questo: tutti alla stessa linea di partenza. Oggi non è così.

E allora ecco che fa bene, benissimo la collega femminista a precisare che “non è sufficiente votare una donna”. Ma aggiungerei – io, “una donna” – che certamente non è sufficiente, però è assolutamente necessario. Ragazze, è frustrante, diciamocelo. Periodicamente, come certe comete portasfiga, riappare quello slogan da incubo: “Una donna a…. “(segue qualunque cosa, dal Quirinale al palco dell’Ariston). E’ da incubo perché ci rammenta due cose, opposte e coincidenti: che chiedere, anzi pretendere “una donna” ovunque – ma in questi giorni parliamo soprattutto del Quirinale (prima che arrivi l’Ariston) – è assolutamente giusto, e contemporaneamente che è profondamente ingiusto.