di Franco Manzittti

Ero in aula della Corte d’Assise quel giorno un po’ cupo e un po’ pieno di speranza dell’autunno 1978, quando Guido Rossa, operaio sindacalista, scalatore, uomo buono, venne a testimoniare contro il postino delle Brigate Rosse , Francesco Berardi. Che lui aveva visto depositare i volantini dei terroristi a cinque punte negli stipetti dei lavoratori Italsider, la grande fabbrica di Genova. L’avevo visto quell’operaio con addosso un eskimò verde, solo, terribilmente solo, in mezzo all’aula, rendere la sua testimonianza al presidente della Corte. Sul banco degli imputati c’era il Berardi, agitatissimo, che si dimenava e si rivolgeva verso un pubblico folto, indistinto, che stava contenuto nelle transenne dell’aula.

 Lo avevano “beccato” in bicicletta, dentro il grande stabilimento dell’acciaio, che lasciava qua e là i volantini che incitavano gli operai a unirsi alle Br, a capire il grande complotto delle multinazionali, che predicavano la “lotta armata”. 

Nella granitica organizzazione di quel partito armato era il primo piccolo spiraglio che si apriva per scoprire qualche cosa di un pianeta terribile e sconosciuto. Chi erano i brigatisti, chi erano gli uomini della”colonna” Br, che terrorizzava, uccideva e sequestrava? 

A Genova avevano  ucciso anche il procuratore generale Francesco Coco e i due carabinieri della sua scorta, Antioco Dejana e Giovanni Saponara. Due anni prima avevano sequestrato per 45 giorni il magistrato Mario Sossi, ricattando lo Stato.

 Chi erano, che facce avevano, da dove venivano? 

Eccola lì la prima faccia almeno sospettata, quella di Berardi, un modesto fattorino dell’Italsider, un uomo fragile, che si era fatto conquistare dai duri delle Br.

 A patto che Rossa, dritto in piedi davanti ai giudici, di fianco a Berardi, lo riconoscesse, confermasse la denuncia fatta ai carabinieri di Cornigliano, dove c’era il grande stabilimento nel quale le Br cercavano proseliti.

E Rossa con parole ferme, dritto in piedi, neppure seduto, confermò: “Ho visto il Berardi consegnare e depositare i volantini.”

A quel punto capitò una cosa che da vecchio cronista non dimenticherò mai. Berardi infuriato si girò completamente verso il pubblicò, indicò con un gesto Rossa, fece con le mani un grande cerchio come a disegnare un cerchio e poi mimò una pistola che sparava verso il testimone. Una mossa inequivocabile, una istigazione a sparare, uccidere il testimone, un messaggio con una destinazione precisa tra il pubblico. Qualcuno era pronto a raccogliere il suggerimento.

Sul giornale del giorno dopo descrissi quel gesto, raccontando l’esito del processo, che aveva portato alla condanna di Berardi per diffusione di materiale terroristico e per gli altri reati connessi. Spiegai che nel pubblico doveva esserci sicuramente qualcuno della colonna genovese delle Br, al quale il messaggio era stato inviato. 

E precisai che non era impossibile identificarlo. Le forze dell’ordine avevano chiesto i documenti a tutto il pubblico, facendolo accedere in aula. Scrissi anche che il Pm in aula, che aveva visto quel gesto come me, avrebbe dovuto procedere d’ufficio, davanti a una minaccia tanto precisa.

Fui solo a scrivere quel particolare e non accadde nulla di nulla.

Quando tre mesi dopo, in quella gelida mattina del 24 gennaio 1979, sulla collina di Genova, Rossa fu  prima gambizzato, poi giustiziato con due colpi alla testa da Vincenzo Guagliardo e Riccardo Dura della misteriosa colonna genovese, il primo pensiero che mi gelò il sangue fu il ricordo di quel gesto che avevo raccontato e che ancora si può leggere nella cronaca del “Giornale”, dove lavoravo allora. 

Lo avevano fatto. Lo avevano minacciato e lo avevano fatto. E quella sarebbe stata la fine delle Brigate Rosse, il grande errore che mobilitò tutti, i 250 mila ai funerali di Rossa, Pertini che piangeva sulla sua bara, l’indignazione gigantesca.

 Berardi si suicidò nel supercarcere dove era detenuto in Piemonte. Il killer Riccardo Dura fu ucciso nella sparatoria con i carabinieri del generale Carlo Alberto Della Chiesa, nell’appartamento in cui la colonna si nascondeva a pochi metri da dove Rossa era stato ucciso, mentre andava al lavoro. Le chiavi di quell’appartamento le avevano consegnate al generale Patrizio Peci, il brigatista pentito, che pagò la sua confessione con  la morte del fratello giustiziato dalle Br.

Una catena di sangue e terrore che riemerge oggi, quarantatrè anni dopo, perché siamo vicino al 24 gennaio, ennesimo anniversario del sacrificio di quel personaggio eroico, che non cessa di essere ricordato ed anzi sempre meglio descritto, raccontato, celebrato come nell’ultimo libro pubblicato, quello pregevole di Sergio Luzzato per Einaudi, “Giù tra gli uomini”.

Cosa sarebbe successo se quel gesto minaccioso, che io da semplice cronista avevo descritto, facendo  il mio lavoro, fosse stato registrato dalle autorità competenti? 

Se avessero bene identificato il pubblico che assisteva al processo. Se avessero interrogato in merito quello sciagurato Francesco Berardi, invece di non fare nulla? Non era certo un personaggio granitico, un guerriero pronto a difendere i segreti della lotta armata. La sua triste fine avrebbe dimostrato il contrario.

Ma sopratutto Guido Rossa  non sarebbe stato lasciato solo due volte. 

La prima colpevolmente quando firmò da solo la denuncia e, quindi, fu convocato, da solo, in Tribunale per confermare. La solitudine di quella azione, nel vuoto davanti ai giudici che lo interrogavano, grida vendetta ancora oggi quarantatrè anni dopo e non solo perché nella cerimonia dei funerali un grande uomo come Luciano Lama lo riconobbe, davanti a quella folla sterminata, sotto una pioggia e un cielo grigi. 

Avrebbe dovuto firmare tutto il consiglio di fabbrica dell’ Italsider, avrebbe dovuto firmare tutta la dirigenza del sindacato e magari del Pci, cui Rossa era iscritto. 

Ne discussero, ma non lo fecero e molti probabilmente sentono ancora la loro coscienza mordere per il rimorso.

La seconda volta Rossa fu lasciato solo perché quella minaccia esplicita, quasi teatrale nell’aula di giustizia, davanti al potere costituito nelle toghe dei giudici, nelle divise dei carabinieri e dei poliziotti, nella presenza del pubblico, cadde nel vuoto e nel silenzio.

Quarantatrè anni dopo, alla vigilia di questo nuovo anniversario, non ci sono solo i libri, le cerimonie ufficiali a ricordare. Non ci sono solo le ultime ricostruzioni a descrivere la mattinata tragica del martirio di Rossa, steso in un lago di sangue nella sua 850 Fiat bianca, dopo i colpi alla gamba e l’esecuzione successiva di Riccardo Dura, che tornò indietro per sparargli alla testa.  Come scrive nel suo libro Luzzato, forse quel cambio di decisione sul “trattamento” che le Br gli avevano dedicato poteva essere stato provocato da una reazione di Rossa ferito, che avrebbe urlato qualcosa ai suoi giustizieri. 

E che aveva scatenato il capo colonna, facendogli infrangere gli ordini, “firmando” poi un’azione decisiva nella storia del movimento terroristico che pagò quella estremizzazione fino in fondo. Ma cosa urlò Rossa? Annunciò altre denunce? 

Nessuno può più raccontare nulla di quei tragici momenti. La catena di sangue ha cancellato tutto. Non la doppia solitudine di Guido Rossa, eroe che non si dimentica.QUARANTATRE’ ANNI DOPO GUIDO ROSSA

LASCIATO SOLO DUE VOLTE

Ero in aula della Corte d’Assise quel giorno un po’ cupo e un po’ pieno di speranza dell’autunno 1978, quando Guido Rossa, operaio sindacalista, scalatore, uomo buono, venne a testimoniare contro il postino delle Brigate Rosse , Francesco Berardi. Che lui aveva visto depositare i volantini dei terroristi a cinque punte negli stipetti dei lavoratori Italsider, la grande fabbrica di Genova. L’avevo visto quell’operaio con addosso un eskimò verde, solo, terribilmente solo, in mezzo all’aula, rendere la sua testimonianza al presidente della Corte. Sul banco degli imputati c’era il Berardi, agitatissimo, che si dimenava e si rivolgeva verso un pubblico folto, indistinto, che stava contenuto nelle transenne dell’aula.

 Lo avevano “beccato” in bicicletta, dentro il grande stabilimento dell’acciaio, che lasciava qua e là i volantini che incitavano gli operai a unirsi alle Br, a capire il grande complotto delle multinazionali, che predicavano la “lotta armata”. 

Nella granitica organizzazione di quel partito armato era il primo piccolo spiraglio che si apriva per scoprire qualche cosa di un pianeta terribile e sconosciuto. Chi erano i brigatisti, chi erano gli uomini della”colonna” Br, che terrorizzava, uccideva e sequestrava? 

A Genova avevano  ucciso anche il procuratore generale Francesco Coco e i due carabinieri della sua scorta, Antioco Dejana e Giovanni Saponara. Due anni prima avevano sequestrato per 45 giorni il magistrato Mario Sossi, ricattando lo Stato.

 Chi erano, che facce avevano, da dove venivano? 

Eccola lì la prima faccia almeno sospettata, quella di Berardi, un modesto fattorino dell’Italsider, un uomo fragile, che si era fatto conquistare dai duri delle Br.

 A patto che Rossa, dritto in piedi davanti ai giudici, di fianco a Berardi, lo riconoscesse, confermasse la denuncia fatta ai carabinieri di Cornigliano, dove c’era il grande stabilimento nel quale le Br cercavano proseliti.

E Rossa con parole ferme, dritto in piedi, neppure seduto, confermò: “Ho visto il Berardi consegnare e depositare i volantini.”

A quel punto capitò una cosa che da vecchio cronista non dimenticherò mai. Berardi infuriato si girò completamente verso il pubblicò, indicò con un gesto Rossa, fece con le mani un grande cerchio come a disegnare un cerchio e poi mimò una pistola che sparava verso il testimone. Una mossa inequivocabile, una istigazione a sparare, uccidere il testimone, un messaggio con una destinazione precisa tra il pubblico. Qualcuno era pronto a raccogliere il suggerimento.

Sul giornale del giorno dopo descrissi quel gesto, raccontando l’esito del processo, che aveva portato alla condanna di Berardi per diffusione di materiale terroristico e per gli altri reati connessi. Spiegai che nel pubblico doveva esserci sicuramente qualcuno della colonna genovese delle Br, al quale il messaggio era stato inviato. 

E precisai che non era impossibile identificarlo. Le forze dell’ordine avevano chiesto i documenti a tutto il pubblico, facendolo accedere in aula. Scrissi anche che il Pm in aula, che aveva visto quel gesto come me, avrebbe dovuto procedere d’ufficio, davanti a una minaccia tanto precisa.

Fui solo a scrivere quel particolare e non accadde nulla di nulla.

Quando tre mesi dopo, in quella gelida mattina del 24 gennaio 1979, sulla collina di Genova, Rossa fu  prima gambizzato, poi giustiziato con due colpi alla testa da Vincenzo Guagliardo e Riccardo Dura della misteriosa colonna genovese, il primo pensiero che mi gelò il sangue fu il ricordo di quel gesto che avevo raccontato e che ancora si può leggere nella cronaca del “Giornale”, dove lavoravo allora. 

Lo avevano fatto. Lo avevano minacciato e lo avevano fatto. E quella sarebbe stata la fine delle Brigate Rosse, il grande errore che mobilitò tutti, i 250 mila ai funerali di Rossa, Pertini che piangeva sulla sua bara, l’indignazione gigantesca.

 Berardi si suicidò nel supercarcere dove era detenuto in Piemonte. Il killer Riccardo Dura fu ucciso nella sparatoria con i carabinieri del generale Carlo Alberto Della Chiesa, nell’appartamento in cui la colonna si nascondeva a pochi metri da dove Rossa era stato ucciso, mentre andava al lavoro. Le chiavi di quell’appartamento le avevano consegnate al generale Patrizio Peci, il brigatista pentito, che pagò la sua confessione con  la morte del fratello giustiziato dalle Br.

Una catena di sangue e terrore che riemerge oggi, quarantatrè anni dopo, perché siamo vicino al 24 gennaio, ennesimo anniversario del sacrificio di quel personaggio eroico, che non cessa di essere ricordato ed anzi sempre meglio descritto, raccontato, celebrato come nell’ultimo libro pubblicato, quello pregevole di Sergio Luzzato per Einaudi, “Giù tra gli uomini”.

Cosa sarebbe successo se quel gesto minaccioso, che io da semplice cronista avevo descritto, facendo  il mio lavoro, fosse stato registrato dalle autorità competenti? 

Se avessero bene identificato il pubblico che assisteva al processo. Se avessero interrogato in merito quello sciagurato Francesco Berardi, invece di non fare nulla? Non era certo un personaggio granitico, un guerriero pronto a difendere i segreti della lotta armata. La sua triste fine avrebbe dimostrato il contrario.

Ma sopratutto Guido Rossa  non sarebbe stato lasciato solo due volte. 

La prima colpevolmente quando firmò da solo la denuncia e, quindi, fu convocato, da solo, in Tribunale per confermare. La solitudine di quella azione, nel vuoto davanti ai giudici che lo interrogavano, grida vendetta ancora oggi quarantatrè anni dopo e non solo perché nella cerimonia dei funerali un grande uomo come Luciano Lama lo riconobbe, davanti a quella folla sterminata, sotto una pioggia e un cielo grigi. 

Avrebbe dovuto firmare tutto il consiglio di fabbrica dell’ Italsider, avrebbe dovuto firmare tutta la dirigenza del sindacato e magari del Pci, cui Rossa era iscritto. 

Ne discussero, ma non lo fecero e molti probabilmente sentono ancora la loro coscienza mordere per il rimorso.

La seconda volta Rossa fu lasciato solo perché quella minaccia esplicita, quasi teatrale nell’aula di giustizia, davanti al potere costituito nelle toghe dei giudici, nelle divise dei carabinieri e dei poliziotti, nella presenza del pubblico, cadde nel vuoto e nel silenzio.

Quarantatrè anni dopo, alla vigilia di questo nuovo anniversario, non ci sono solo i libri, le cerimonie ufficiali a ricordare. Non ci sono solo le ultime ricostruzioni a descrivere la mattinata tragica del martirio di Rossa, steso in un lago di sangue nella sua 850 Fiat bianca, dopo i colpi alla gamba e l’esecuzione successiva di Riccardo Dura, che tornò indietro per sparargli alla testa.  Come scrive nel suo libro Luzzato, forse quel cambio di decisione sul “trattamento” che le Br gli avevano dedicato poteva essere stato provocato da una reazione di Rossa ferito, che avrebbe urlato qualcosa ai suoi giustizieri. 

E che aveva scatenato il capo colonna, facendogli infrangere gli ordini, “firmando” poi un’azione decisiva nella storia del movimento terroristico che pagò quella estremizzazione fino in fondo. Ma cosa urlò Rossa? Annunciò altre denunce? 

Nessuno può più raccontare nulla di quei tragici momenti. La catena di sangue ha cancellato tutto. Non la doppia solitudine di Guido Rossa, eroe che non si dimentica.