Il palazzo del Quirinale (foto Depositphotos)

DI GIORGIO MERLO

La telenovela che precede l’elezione del presidente della Repubblica – sempre più ingarbugliata e grottesca soprattutto quando la politica è in caduta verticale e i partiti non controllano più i rispettivi gruppi parlamentari – è diventata più un’operazione che somiglia a una fiction a puntate che non a una delicata e preziosa pagina della politica italiana.

Non a caso, una delle ragioni decisive e determinanti di questa specifica elezione del Capo dello Stato, è come far sì di garantire il raggiungimento del vitalizio ai parlamentari di prima nomina che scatta nel prossimo settembre – e sicuramente di ultima presenza in Parlamento salvo miracoli provenienti direttamente dalla Divina Provvidenza – e, al contempo, come fare per ottenere ancora il lauto stipendio sino al termine normale e fisiologico della legislatura. È persin inutile ricordare, talmente è noto a tutti, che i diretti interessati di questa ineludibile richiesta sono i cosiddetti interpreti dell’anticasta che hanno trascorso questi anni a insultare, diffamare, delegittimare e denigrare la cosiddetta “vecchia politica”.

A dir la verità, nulla di nuovo sotto il sole. Anche perché, è noto veramente a tutti, che i simpatici teorici dell’anticasta sono diventati in brevissimo tempo i difensori più accaniti dei privilegi e delle corsie preferenziali della casta. Senza alcuna riflessione e senza alcun ripensamento politico e culturale.

Ma, al di là di questo malcostume e di questo cinismo, quello che vale la pena ricordare nella ricostruzione contemporanea e mediatica della penultima elezione del presidente della Repubblica – quella della riconferma di Napolitano nel 2013 – è la classificazione dei franchi tiratori tra quelli di serie A e quelli di serie B. Come se si potesse distringere la classifica all’interno di questo genere di mascalzoni e di irresponsabili.

Mi riferisco, nello specifico, alla ormai famosa mancata elezione di Franco Marini e poi a quella di Romano Prodi. Entrambe gestite in modo pessime dal vertice del Partito democratico dell’epoca che era più preoccupato di liquidare definitivamente i rispettivi candidati che non quello di promuoverli al più alto scranno dello Stato. È ormai evidente a tutti i cultori della materia, che non si doveva ritirare un candidato – Franco Marini – che ottenne al primo turno ben 524 voti sufficienti per essere eletto al quarto scrutinio. Ma venne, appunto, ritirato immediatamente, e misteriosamente, dal segretario del Pd dell’epoca per favorire, altrettanto misteriosamente, un altro candidato, l’eterno Romano Prodi. E da quel momento è scattata la strana classificazione dei franchi tiratori: gli oltre 200 mascalzoni che cecchinarono Marini con tanto di esaltazione sui social di molti parlamentari del Pd del tempo per avere bloccato il “vecchio” a vantaggio della “novità” e dell'”onestà” auspicate dai populisti dei 5 stelle hanno fatto meno rumore dei 101 di Prodi, considerati gravissimi per la credibilità della politica e delle istituzioni. Misteri della politica.

Eppure la scelta di Marini era stata decisa democraticamente all’assemblea del Cinema Capranica dai grandi elettori con regolare votazione. Con una significativa maggioranza dei votanti a favore di Marini. E poi scattò, come da copione, l’azione implacabile dei franchi tiratori. Per Prodi, al contrario, non si votò e ci si limitò al solo applauso. Anche lì, poi liquidato dagli ormai celebri 101 franchi tiratori. Ma quelli, come evidente a tutti, sono passati alla storia mentre gli altri, quelli di Marini, sono stati rubricati a fatti di ordinaria amministrazione.

Ora, credo sia necessario almeno ripristinare una regola in questo contesto fatto di malcostume personale, di squallore civico, di degrado etico e morale e di caduta verticale di credibilità della politica e dei cosiddetti “rappresentanti del popolo”. E cioè, i franchi tiratori erano e restano un fatto di malcostume dei politici e della politica. Altroché “liberi pensatori”. Soprattutto quando questi “liberi pensatori” hanno come unico obiettivo la difesa del proprio stipendio e il raggiungimento del proprio vitalizio. Almeno nella prima repubblica i franchi tiratori rispondevano sempre e solo a disegni politici e a scenari politici, più o meno inconfessabili. Oggi, invece, si pensa solo e soltanto al proprio tornaconto personale. Questa, molto semplicemente, è la concreta differenza tra i franchi tiratori di serie A e i franchi tiratori di serie B.