di ROBERTO ZANNI
“Siamo particolarmente felici e orgogliosi che la nostra task force sia stata in grado di formulare questa raccomandazione”. Parole entusiastiche quelle di Neil Datar presidente della Task Force on Diversity, Equity and Inclusion di Santa Clara in California. Davvero un enorme successo quello ottenuto dal suo team che ha visto la città votare all’unanimità la raccomandazione di cancellare il Columbus Day e sostituirlo immediatamente con l’Indigenous Peoples Day. Si potrebbe definirlo anzi un autentico trionfo dal momento che la cosiddetta ‘raccomandazione’ è arrivata in seguito a un sondaggio effettuato sulla popolazione di Santa Clara (che tra l’altro era anche il vero nome di una delle tre caravelle, la Niña) tra ottobre e novembre, che ha visto la partecipazione addirittura di ben 815 intervistati (gli abitanti sono oltre 130.000) i quali a piccolissima maggioranza, insomma poco più di 400, si erano detti favorevoli a togliere per sempre la festa degli italiani. E così è stato. Ennesima dimostrazione purtroppo di quello che sta accadendo (e rovinando) gli Stati Uniti: decidono in pochi (questa volta pochissimi) mentre gli altri, chi non è d’accordo deve tacere e se invece qualcuno ha l’ardire di parlare automaticamente è tacciato di razzista. “Tutti commettiamo errori, ma correggerli è ciò che conta – ha aggiunto Raj Chahal, membro del consiglio comunale – perchè è tempo di correggere la documentazione storica quando vengono alla luce nuove prove”. Il problema è che delle presunte prove si prendono soltanto quelle che fanno comodo alla ‘cancel culture’ la cui dittatura si sta allargando in tutti i campi. Ma tornando alla decisione di Santa Clara, se poco più della metà degli 815 intervistati si era detto in linea (il 54%) con la soppressione del Columbus Day a favore dell’Indigenous Peoples Day, c’era anche un 28% che avrebbe voluto cambiare entrambe le ricorrenze e un 17% invece fedele al Columbus Day. Chi era rimasto dalla parte del navigatore lo aveva spiegato con la volontà di voler celebrare il patrimonio italiano, non facendolo, hanno aggiunto, sarebbe stato l’equivalente di riscrivere la storia. E così è stato. Come del resto era successo ai vicini di casa (di Santa Clara) San Jose che il Columbus Day l’hanno abolito nel 2020 dopo che tre anni prima era stata rimossa una statua del navigatore genovese dall’interno della City Hall dopo una petizione presentata dal San Jose Brown Berets, organizzazione fondata a Los Angeles da latinoamericani, soprattutto messicani, negli anni ’60 e ancora presente oggi, ovviamente aderente alle idee maggiormente leftists. Quanti sono? Non abbiamo trovato numeri ufficiali, ma pare che siano rimasti davvero in pochi dopo il loro momento di auge (si fa per dire) tra il 1960 e il 1970. Ma evidentemente a Silicon Valley quando fa comodo, la democrazia va al contrario: meno si è più risultati si ottengono. Infatti a nulla era servita la protesta dell’Italian American Heritage Foundation nei confronti della decisione presa per appoggiare i Brown Berets. “È importante mantenere una mente aperta quando si prendono queste decisioni – la dichiarazione contraddittoria di Kevin Park, altro membro del consiglio comunale di Santa Clara – ma è importante dare la priorità alle persone che sono più colpite, anche se sono una minoranza e poi ci sono poche decisioni politiche che puoi prendere rendendo tutti felici”. Già, ma chi sono oggi i più colpiti? E nel sondaggio la minoranza non era rappresentata proprio dai pro Columbus Day?