Sergio Mattarella (foto depositphotos)

di Alessandro De Angelis

Occhio a Mattarella. Al numero di schede dove sarà scritto il suo nome, in una votazione – la quarta – già destinata ad andare a vuoto. Nel trionfo dell’inconcludenza dei partiti se il capo dello Stato uscente che ieri ha preso 125 voti – numero che rappresenta un segnale – aumentasse considerevolmente il numero di consensi sarebbe un “fatto politico”: duecento, o quel che sarà, diventa un numero difficile da ignorare, soprattutto se, tutt’attorno, la giostra gira a vuoto.

Insomma, come si dice nel Palazzo: “Vediamo se parte l’onda”. Onda che è al tempo stesso “spontanea” e “spintanea”. Nel senso che c’è un moto autonomo dei grandi elettori a prescindere dalle indicazioni dei partiti, destinato ad aumentare col passare dei giorni se non si conclude niente: moto di affetto, ma anche di autotutela, conservazione di fronte a tentativi, poi falliti, come il blitz sulla Casellati che avrebbero fatto saltare tutto, consapevolezza che, con Mattarella, Draghi resta e resta saldo il tandem che fin qui ha salvato l’Italia.

Ma c’è anche un moto pilotato, da parte di chi, “dal basso” prova a produrre un elemento nuovo di sblocco che non si riesce a produrre dall’altro. E gli indizi in tal senso rivelano un lavorio da parte dei Cinque stelle di ortodossia dimaiana, di diverse aree del Pd, a partire dalla sinistra di Orlando e Provenzano, ma anche di quei pezzi di Forza Italia non filo-salviniani che, a questo punto, di fronte all’insormontabilità dei veti sul premier al Colle, considerano questa soluzione la migliore anche per non bruciare Draghi.

Solo un’onda di questo tipo – è il ragionamento – può consentire di superare il principale ostacolo sul bis, e cioè l’indisponibilità di Mattarella. Dice un artefice dell’operazione: “La via maestra del bis sarebbe stata, come nel caso di Napolitano, andare tutti in ginocchio e pregarlo. Ma tutti, compresi Salvini e Meloni, ma questo è impossibile. Lei ha detto di no, lui non può platealmente smarcarsi. Se si riesce a eleggerlo e basta, si supera anche il problema della sua volontà, mica può rifiutare”. È dunque un’opzione, la cui consistenza si verificherà alla fine dello spoglio e che, come alleato, ha il tempo. Forse l’unico solido in questa vicenda, più di quanto sia Meloni per Salvini (e viceversa) e Conte per Letta: non manca mai se il segretario del Pd ha già annunciato, mercoledì sera, che il giorno buono è “venerdì”, come Renzi domenica diceva che era martedì, e Salvini lunedì che giurava su mercoledì. L’elezione del capo dello Stato come la rivoluzione nella canzone di Gaber: “Oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente”.

Perché la verità in questo fiorire e sfiorire alla giornata di “rose” è che si gira drammaticamente a vuoto, anche se con qualche punto fermo. Che va da un no a Draghi da parte di Salvini e Conte, a questo punto difficilmente reversibile, alle difficoltà registrate da Letta e Conte nel sondaggio di queste ore su Belloni, che incrocia la stima di tutti, ma le contrarietà per quel ruolo che vanno da Renzi al centrodestra. L’unica vera opzione è Casini, che ha incassato il sì di Berlusconi e ha un gradimento trasversale, ma con due serissimi ostacoli di prospettiva politica: su Casini si rompe il centrodestra perché Meloni non ci sta e salta il Pd, a partire dal segretario. È difficile per Letta dire no se glielo propongono, ma sarebbe una scelta subita con incorporato il disegno di Renzi più che il suo. Bene, oggi la quarta. Per inciso: nella seconda Repubblica non si è mai andati oltre la sesta (quella del bis di Napolitano). Vediamo se parte l’onda.