Mario Draghi (foto depositphotos)

di Mattia Feltri

Doveva essere l’elezione del presidente della Repubblica più facile di tutti i tempi, in coda a una legislatura oligofrenica, inaugurata col massimo dell’incompetenza, dell’inconsapevolezza e della boria della coppia Salvini-Di Maio, passata attraverso l’etilica estate del Papeete e il matrimonio riparatore fra Pd e grillini, e infine redenta nella rivoluzione copernicana del massimo della competenza e della tecnocrazia di Mario Draghi, resa necessaria dalla clamorosa serie di carnevalate messe in fila dal Conte uno e dal Conte bis in un Paese affogato nella crisi economica e soffocato dalla crisi pandemica, e ritirato su per la collottola da un piano di soccorso europeo di oltre duecento miliardi – soldi in parte regalati, in parte prestati a tasso agevolato, e provenienti non da Marte ma dalle tasche di contribuenti di nazioni più assennate della nostra.

Non c’era nemmeno da pensarci su, nemmeno da scambiarsi due whatsapp o mettere in piedi una chiacchierata su zoom, il nome del presidente della Repubblica era già inciso nel marmo: Mario Draghi. Si trattava di dimostrare al mondo – impegnato in un coro greco di elogi al nostro premier, e alla sua Italia finalmente in riga con gli impegni e con spinta riformatrice, dopo decenni di ritardi a tarantelle – che la lunghissima ricreazione era finita. Draghi a capo dello Stato era la garanzia anche psicologica di un cambio di passo, e si trattava giusto di installare un governo in una naturale intesa fra i partiti dell’attuale maggioranza per proseguire il lavoro di messa a terra del Pnrr e introdursi alle prossime elezioni e alla prossima legislatura.

Invece questi semileader si sono installati sul palcoscenico del teatro di varietà per offrire recite umilianti anzitutto per chi vi assiste. Il caso emblematico è la conferenza stampa di ieri pomeriggio della trimurti di centrodestra – Meloni, Salvini, Tajani -, uno sketch surreale nel quale i tre hanno offerto la famigerata rosa, sapendo già loro e sapendo noi tutti che il vero candidato lì dentro non c’era, e mentre illustravano le inarrivabili virtù dei prescelti continuavano a chiedersi ironici con quali scuse il centrosinistra avrebbe respinto l’offerta. Offerta, ripeto, già respinta dagli offerenti. E difatti Enrico Letta non l’ha respinta, non avendo necessità di respingerla poiché non si respinge un’offerta che non c’è. Un giochino desolante, come l’opera di prestidigitazione di un dodicenne a cui si applaude per dovere genitoriale. È questo il disastro sul disastro, che è un omicidio – quello politico di Draghi – alla baby gang, senza nemmeno uno spasmo: non c’è la grandezza del cinismo, non c’è il dramma della decapitazione di un Carlo I, c’è la solo la noncurante levità di Giamburrasca.

Per paradosso proprio l’incapacità strategica e il viavai di tatticucce potranno ricondurre per necessità a Draghi ma, al momento, tranne Enrico Letta, e con diffusi dissensi nel suo stesso partito, nessuno vuole portarlo al Quirinale e con l’unanime motivazione che il Paese non può a fare a meno della sua premiership. Lo dicono a fronte aggrottata e sopracciglio spianato, sapendo perfettamente, e noi meglio di loro, che del governo gli importa zero, che il governo è già condannato perché a Draghi toccherebbe poi giostrare una maggioranza costituita da partiti che l’hanno incaprettato, a quel punto saliti di un gradino sulla scala dell’anarchia e arroganza, e più impegnati a lanciare una sanguinosa campagna elettorale, peraltro già partita proprio con la bolgia quirinalesca. Non so quanto Draghi potrebbe reggere, forse a lasciare aspetterebbe la primavera con la ridiscesa dei contagi e dei morti, per dare agibilità sul futuro alla politica, che crede in queste ore di vivere la sua rivincita sul maledetto tecnocrate. Ma è così insipiente da non capire che sta decretando la sua centesima sconfitta consecutiva, la politica avrebbe stabilito l’indispensabilità anche solo congiunturale di Draghi, un’indispensabilità politica, si sarebbe incaricata delle sue responsabilità di governo e di concordia, e soltanto dopo avrebbe progettato l’approccio alle elezioni. È invece il trionfo dell’ombelico, del lì per lì, della cecità, della meschineria, della pochezza, e pensate al capolavoro dell’assurdo se davvero si realizzasse il progetto di una nuova intesa gialloverde sul nome di Maria Elisabetta Casellati: sarebbe un ritorno al principio, al massimo dell’incompetenza, dell’inconsapevolezza e della boria grilloleghista di quattro anni fa. Voi la comprereste un’auto usata da un paese così?