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di Franco Esposito

Impazza la violenza dei giovani. Fresca piaga sociale, almeno per l’Italia. Padova li scheda i cattivi ragazzi. Riempie una lista con mille nomi. Prefetto e sindaco la tengono sulla scrivania e di tanto in tanto la leggono, la scorrono con attenzione. Quella lista viene usata come una sorta di guida per conoscere la composizione delle baby gang. E fermarle. Nell’elenco ci sono nomi e cognomi dei giovani che cercano lo scontro.

Attento agli sviluppi della scabrosa questione, il sindaco Sergio Giordano preferisce non drammatizzare. All’insegna del passerà anche questa. “Con la fine del Covid i ragazzi torneranno a fare altre attività, la rabbia passerà”. Passeranno davvero, non saranno più di moda, i gruppi di ragazzi in Prato della Valle, la più grande pizza di Padova e d’Italia? Qualche dubbio ce l’ha il prefetto Raffaele Grassi.

“Divisi dall’appartenenza a un Comune o una scuola, i ragazzi si sfidano sui social per fare a botte. La mappa vera della violenza giovanile a Padova la disegna proprio uno studente, Marco Nimis. “Non sono solo ragazzi del circondario, ci sono tanti miei coetanei delle scuole del centro”. Lui quei ragazzi li conosce, non fosse altro per una ragione anagrafica. Marco ha diciotto anni, lo scorso giugno si è diplomato al liceo Cornaro, e dal 2019 è coordinatore regionale degli studenti medi. Un giovane a posto, con la testa sulle spalle. “Le adunate di gruppi pronti allo scontro sono diventate una moda trasversale”.

Una denuncia, questa, che sparge una luce sinistra sul fenomeno che preoccupa e inquieta non solo Padova. La violenza dei giovani non è un fatto geografico. Visibile, lampante, forte, è dato di fatto comune, da Nord a Sud, e viceversa. Che fare per mettere un tampone all’inquietante fenomeno? “Mobilitiamoci”, è grido di quasi tutti, un coro però spesso possente solo sulla carta. Ma sì, talvolta privo di un seguito: alle parole non sempre segue l’operatività.

Padova è emblematica, la spia di una situazione qua e là ampiamente degenerata. Certo, fare scudo a questo fiume di violenza giovanile non è facile. La città del Santo ci prova con quella che viene definita “la lista nera”. Il numero indubbiamente colpisce. Sono mille e poco importa se magari sono effettivamente uno zero in meno. Il prefetto Raffaele Grassi annuncia la nascita di un Osservatorio sul disagio giovanile, per contrastare il fenomeno delle mega risse che sembravano diventate un appuntamento fisso del sabato cittadino.

Il prefetto fornisce anche alcuni numeri: Polizia e Carabinieri hanno identificato circa un migliaio di ragazzi tra i quattordici e i diciannove anni, e con i loro nomi il prefetto ha segnalato i cattivi ragazzi ai rispettivi Comuni di residenza.

Tutto comunque ha un inizio. Anche questa storia è cominciata il 15 gennaio. L’evento e il luogo erano stati annunciati dai social che a Prato della Valle, luogo anche di passeggio e di aperitivi, erano schierati reparti mobili giunti da ogni parte del Veneto. La replica sette giorni dopo: La prima volta non volò neppure uno schiaffo; la seconda si trasformò in una sorta di squallida partita tre i ragazzi e le forze dell’ordine.

Luogo finale del rimpiattino il piazzale dietro alla stazione ferroviaria, tra via Trieste e piazza De Gasperi. Qualche scaramuccia e punto, ma un grande lavoro di identificazione da parte delle forze dell’ordine. Ragazzi senza alcun precedente penale, che nelle settimane successive ci hanno riprovato con scarso successo, però. Certo, una cosa va considerata: Padova con i suoi duecentomila abitanti non ha i ritmi, i tempi, le alienazioni di una metropoli italiana, Resta comunque inspiegabile il perchè (o i perchè) di queste adunate convocate via social. All’inizio, prima del 15 gennaio, si è trattato di scontri tra bande diverse, entrambe della zona dell’Arcella, Era la vigilia di Natale. Un discreto numero di coetanei estranei alla contesa intenti a riprendere la scena.

I primi eventi “solo quelli”, assicura il sindaco Giordano, sarebbero riconducibili alla guerra tra baby gang. Padova non è certamente il Bronx degli anni Settanta, e le risse non sono un fenomeno esclusivamente locale. A Monselice undici ragazzi, italiani di seconda e terza generazione, sono indagati per associazione a delinquere finalizzata agli atti violenti. A Padova, sostiene il sindaco, le uniche denunce sono arrivate perchè i ragazzi identificati erano privi della mascherina. “Ritengo che questi eventi siano falliti, Il fenomeno è marginale e passeggero”. Vista da lontano (e forse anche da vicino) la conclusione del primo cittadino appare molto sbrigativa.

Laddove lo studente Marco Nimis, lodati i contenuti dell’intervento del prefetto fautore della lista dei mille, sostiene invece che “virus e lockdown hanno senz’altro influito, ma non spiegano tutto. Anni fa, per arginare i fenomeni di spaccio e delinquenza, l’area dietro la stazione venne spianata per farci un piazzale con parcheggio. Adesso sono sul punto di essere costruiti spazi pubblici per l’attività ricreativa e sportiva. Chissà se serviranno. Davanti a quel numero così esorbitante di ragazzi schedati qualche domanda bisognerebbe pur farsela”.

Appunto, facciamocela. E se la faccia Padova, senza bisogno che ricorra alla sociologia.