DI PIETRO SALVATORI

La Russia sta utilizzando molte delle direttrici e delle tattiche che erano tipiche dell’Urss”. Alberto Basciani, professore di Storia dell’Europa centro-orientale all’università di RomaTre, vede un sinistro collegamento tra le prime angoscianti informazioni che arrivano dai territori ucraini occupati e le politiche di migrazioni forzate che caratterizzarono gli anni dell’Unione sovietica. Voci di referendum truccati per “annettere” città e territori, popolazione locale invitata a cambiare i soldi in rubli, ad aderire a un nuovo improvvisato welfare di guerra messo in piedi in fretta e furia dagli occupanti, incentivi e coercizioni per spopolare paesi e cittadine, con la promessa di sussidi e assistenza una volta andati in Russia.

“Ma la storia dell’Europa centro orientale e quella del fu Impero ottomano è una lunga storia di deportazioni forzate”, spiega Andrea Graziosi, già professore di Storia contemporanea a Napoli e tra i massimi esperti di storia russa in Italia. Anche se secondo il suo avviso ancora non si può parlare di pulizia etnica: “Credo che in questo momento non sia il vero obiettivo, la guerra ne offre di più stringenti ai russi”. Ma non per questo i contorni della vicenda appaiono meno preoccupanti: “A mio avviso quel che stanno tentando di fare è liquidare e cacciare l’élite ucraina: sindaci, vice sindaci, assessori, comandanti di polizia locale, assessori. Il punto è questo, è questa la denazificazione di cui parla tanto Putin, è come la dekulakizzazione staliniana”. Graziosi si riferisce alla spietata lotta di Stalin contro i kulaki, contadini benestanti della Russia negli anni ’30, che furono spazzati via dalla collettivizzazione delle terre voluta da Mosca. Una classe di cittadini che venne stroncata da arresti e deportazioni di chi si opponeva, due milioni e mezzo di internati secondo gli storici.

Anche Basciani è preoccupato: “Se queste notizie fossero confermate sarebbe inquietante, la denazificazione corrisponderebbe a quelle che sono tristi storie del passato”. Il professore, che dirige il Centro di ricerca universitario su Europa centro-orientale, Russia ed Eurasia, vede molti punti di contatto con il passato: “L’Urss ha sempre usato politiche di svuotamento di intere province o comunità locali come metodi di controllo del territorio. In Moldavia, alla fine della Seconda guerra mondiale, venne causata sistematicamente la carestia come modalità per immettere in quel territorio popolazioni russofone. Già prima della guerra alcuni movimenti simili si erano visti nel Donbass”.

È quello che gli studiosi Antonio Ferrara e Niccolò Paniola hanno definito “decapitare e sovietizzare la società” attraverso “deportazioni di classe”. Per capire come la storia di quelle terre sia ingarbugliata e di come qualunque tipo di rivendicazione possa sembrare legittima se giustificata con un singolo momento della storia, Graziosi fa l’esempio della Crimea: “L’idea che la penisola sia storicamente russa semplicemente non è vera”. I professore racconta che “già l’Impero russo deportò i circassi e i tatari che vi abitavano intorno alla metà dell’800”. Ma la russificazione vera e propria avvenne un secolo più tardi: “La Crimea non era russa, era popolata da ucraini, ebrei, tedeschi mennoniti, tatari, e ovviamente anche da una componente russa. Durante la Seconda guerra mondiale gli ebrei vennero sterminati, i tedeschi mennoniti, invitati lì da Caterina II, fuggirono in cerca di salvezza, Stalin deportò i tatari, molti russi scapparono davanti ai nazisti. Nel ’45 era un posto abbastanza vuoto, che dal ’46/’47 Mosca iniziò a ripopolare”.

Basciani aggiunge che “è un metodo utilizzato anche nei paesi baltici, con l’obiettivo di creare una popolazione di figli e nipoti di russi che soppiantino o almeno compensino i locali e siano più ricettivi e fedeli al governo di turno”. Il professore di RomaTre aggiunge che “questa è una costante dell’agire russo: svuotare popolazioni e élite per assicurarsi un controllo più stringente del territorio”. Graziosi allarga il campo a tutta l’Europa orientale: “Non dobbiamo stupirci, è quello che hanno fatto i serbi in Krajna, i ceci con la minoranza tedesca, anche gli italiani d’Istria subirono un trattamento molto simile”.

Ma punti di contatto tra i due mondi Basciani li ravvisa anche nella conduzione delle operazioni militari: “Alcune fasi ricordano molto la guerra d’inverno combattuta contro la Finlandia tra il ’39 e il ’40, la mancata considerazione dell’avversario, le informazioni compiacenti date dai vertici militari al leader. Ma anche il disprezzo nei confronti dei soldati, che è stato tipico non solo dell’Armata rossa ma anche degli eserciti zaristi. A Berlino fu deciso scientemente di procedere a un massacro di uomini per affrettare caduta della città”.

Quelli di rimuovere le elite locali o di svuotare territori occupati sono processi lunghi e laboriosi, richiedono tempo e una macabra logistica da mettere in campo. Una dinamica che in otto anni di sostanziale occupazione del Donbass ha lasciato dietro di sé morti e macerie, e in generale nella quale Basciani vede una grande differenza: “La propaganda russa ha sempre avuto bisogno di far vedere che l’intervento è giustificato, che viene accolta come liberatrice. Ma anche la popolazione russofona del paese oggi li combatte, nel peggiore dei casi si defila e rimane in silenzio. E anche per questo è sorprendente ritrovare avvisaglie così simili di questa tattica”. Un barlume di speranza nell’inferno della devastazione.