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DI MICHELE VALENSISE

Ora la Russia aggiusta il tiro con l’intento di rassicurare, anche se l’effetto lascia molto a desiderare. Per Mosca l’obiettivo della “operazione militare speciale” avviata il 24 febbraio non sarebbe più la demilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina, bensì il solo controllo di Donbass e Crimea. L’enorme prezzo pagato sinora dall’Ucraina e dalla sua straordinaria resistenza, migliaia dì vite umane spezzate, milioni di rifugiati in fuga, devastazioni spaventose ovunque, non induce alla fiducia. Tuttavia nessuno perde di vista l’opzione negoziale, invocata a più riprese dallo stesso Zelensky, per fermare la carneficina prodotta da carri armati e missili di Putin.

Ecco, la diplomazia. Resta la domanda su dove cominciare se la Russia ne rifiuta le premesse minime, cessate il fuoco, corridoi umanitari, allentamento della morsa che strangola intere città. Dopo errori clamorosi e colpe incommensurabili, Mosca deve essere spinta al tavolo della trattativa, non sono in molti a poterlo tentare. In  teoria la Cina è tra questi. Per  venerdì primo aprile è indetto a Bruxelles il vertice Ue-Cina, occasione da non limitare all’ordinaria agenda comune, ma ovviamente da utilizzare per una verifica della posizione di Pechino sulla guerra. La Cina viene dall’intesa, sancita da Xi Jinping e Putin il 4 febbraio a Pechino a margine delle Olimpiadi invernali, per una cooperazione “senza limiti” con la Russia. E poi dall’astensione all’Onu sulla risoluzione di condanna dell’aggressione di Mosca all’Ucraina e da due lunghi colloqui con gli Stati Uniti, con Sullivan e con Biden.

Pechino potrebbe essere davanti a un bivio. Se la guerra complica la vita dell’Occidente e ne affievolisce le forze nel confronto globale con la Cina, è una buona notizia. Se però scardina l’ordine mondiale, provoca un’instabilità ancora più minacciosa, distrugge canali di comunicazione e di espansione economica e tecnologica cinese, non è una buona notizia. La Cina di oggi, figlia delle riforme di Deng Xiaoping, deve il suo eccezionale sviluppo all’apertura verso Usa e Europa e alla globalizzazione dei mercati. L’affinità è certo più naturale con un’autocrazia illiberale, ma gli interessi potrebbero spingere nella direzione opposta. E anche se è illusorio attendersi dai cinesi decisioni radicali o precipitose, il dilemma latente di Pechino merita di essere considerato.

Ne ha fatto stato con notevole candore un documento pubblicato da una personalità cinese di primo piano, Hu Wei, accademico, vice presidente del Centro di ricerca del Consiglio di Stato e consigliere del ministro degli Esteri di Pechino. Sostiene che l’azione militare di Putin è un “errore irreversibile”; che se anche la Russia dovesse prevalere sul terreno, dovrebbe sopportare una guerriglia ucraina e pesanti sanzioni dall’estero; che non sarebbe da escludere un rivolgimento interno a Mosca e soprattutto che a livello internazionale si determinerebbe un rafforzamento del mondo occidentale, con un possibile isolamento della Cina molto pregiudizievole per i suoi interessi. Sicché l’equidistanza o l’ambiguità non pagano, l’opzione migliore è unirsi, prima che sia troppo tardi, alla maggioranza degli Stati nella condanna alla Russia. Non è l’analisi di un diplomatico americano ottimista, è firmata da un membro dell’establishment di Pechino. Una voce isolata?

La cautela cinese deriva anche dalla transizione interna, da gestire con mano ferma. In autunno, Comitato centrale e Ufficio politico del Partito comunista cinese saranno completamente rinnovati, ad eccezione di Xi Jinping. Se il presidente cinese intendesse prendere anche leggermente le distanze da Putin, dopo la solenne intesa bilaterale ai giochi olimpici, dovrebbe preservare il dogma della sua infallibilità. Il che lascia ipotizzare, nel migliore dei casi, un riassestamento molto prudente.

Al vertice Ue-Cina della settimana prossima, in formato presidenti di Commissione e Consiglio con il primo ministro cinese Li Kekiang (non Xi), l’Europa non ribadirà soltanto il chiaro monito degli Stati Uniti a Pechino affinché non aggiri le sanzioni economiche contro la Russia. Pur se frenati da divisioni e esitazioni tra i Ventisette e dai limiti della loro rappresentanza, von der Leyen e Michel (si aggiungerà Macron come presidente di turno?) verificheranno in presa diretta dove sta la Cina, se sia minimamente disposta a fare pressione su Putin per fermare lo scempio e in che direzione Pechino intenda muoversi per essere all’altezza del ruolo internazionale che da tempo rivendica con forza.