DI STEFANO CASINI

Tutti sappiamo che l’Uruguay è stata una terra ricchissima, soprattutto al principio del XX secolo. Ricca per varie ragioni. Soprattutto perché era poco abitata ed é stata, in pratica, un paese prettamente di emigrazione. Abbiamo raccontato in vari capitoli la storia della nostra collettività negli ultimi due secoli, ma sempre c’é qualcosa in piú da raccontare. Oggi vogliamo dedicare questo spazio al grande Magazzino Introzzi, fondato da un visionario comasco di nome Francesco Introzzi in pieno centro di Montevideo, dove oggi funzionano uffici statani. Alla fine del XIXI secolo, ma, soprattutto, attorno agli anni 20 del XX,  fiorirono a Montevideo grandi magazzini che imitavano quelli che spuntavano come funghi a Parigi e Londra, grandi centri commerciali conosciuti con la parola inglese magazin, come sostiene lo storico Aníbal Barrios Pintos, nel libro La Ciudad Nueva.

Tra questi negozi spiccava Introzzi, in Avda. Rondeau e nelle vie Galicia e Paraguay, specializzato in capi e articoli adatti alla vita rurale, per questo si trovava vicino alla stazione ferroviaria centrale uruguaiana che, alcuni decenni prima, aveva costruito il grande Ingegnere e Architetto Italiano Andreoni.  

Introzzi, era un vero e proprio simbolo di Montevideo, cosí famoso che, fino ad oggi, esistono frasi fatte come “Te queda Introzzi”, che significa qualcosa come ti sta benissimo. C’é un’altra frase simpatica che dice “Me dejaste Introzzi” che vuol dire mi ha svuotato. Di quell’epoca storica di ricchezza possiamo ricordare  la casa Soler,   El Polvorín, La Madrileña, La Ópera, Caubarrere o Angenscheidt e quello che ha segnato tutta un’epoca: il  London-Paris, che, quando giunsi in Uruguay, nel 1965, ancora esisteva e lo vedevo tutti i giorni per la semplice ragione che si trovava davanti alla sede della RAI in 18 e Rio Negro, dove lavorava mio padre e dove, dopo tanti anni, lavorai personalmente.

Introzzi gestiva un pubblico più popolare, soprattutto per la sua vicinanza alla stazione ferroviaria. Era un edificio enorme che copriva oltre mezzo isolato delimitato dalle vie Galicia sull’angolo di Rondeau, raggiungendo anche Paraguay. Introzzi vendeva di tutto a tutti, anche abiti su misura realizzati in base ad una grande importazione di tessuti italiani. Era anche un grande laboratorio di pantaloni, sarti, sarte e sarte che dava lavoro a oltre 200 impiegati. Gli indumenti “de gaucho” erano una grande attrazione per i connazionali che arrivavano alla stazione ferroviaria che si trovava a 100 metri dal grande magazzino. Migliaia di passeggeri provenienti dall’interno del paese, si aggruppavano sulla grande porta principale di Introzzi sulla Via Rondeau e facevano la fila per acquistare, nel reparto “del campo”  che vendeva stivali per puledri, sciarpe nativiste e pantaloni larghi che resistevano al dressage più coraggioso. Area fortissima di Introzzi era quella dedicata alle divise di importanti centri educativi come il José Pedro Varela, il Liceo francese e l’Elbio Fernández.

Alla fine di febbraio, ossia quando stavano per cominciare le scuole,  le sue strutture erano piene di genitori con i loro figli, serviti con la proverbiale pazienza di venditori in divisa di entrambi i sessi. Gli uomini di casa approfittavano per prendere un caffè in un bar che Introzzi aveva al piano terra, esclusivo per i clienti. Nella sua vetrina brillavano le famose “tortugas de jamón y queso”, nonché i deliziosi biscotti alla vaniglia. Nella sezione calzature, i genitori acquistavano le durissime scarpe per giovani della marca scomparsa tanto tempo fa  Incalcuer e Incalflex. Introzzi, come London-Paris, pubblicava un lussuoso catalogo per le sue vendite in cui apparivano tutti i vari prodotti. La fine legatura veniva spedita in tutte le capitali dell’Interno. Quindi, anche un secolo fa, c’erano i “delivery” dei grandi magazzini come Introzzi, un simbolo della laboriosità italiana in Uruguay.