Gente d'Italia

Putin spara sulla testa dell’Onu

DI LUCIO FERO

I due cosmonauti russi in missione spaziale e in orbita, è il momento della passeggiata spaziale che passeggiata non è ma lavoro intorno al braccio esterno della stazione scientifica e letteralmente di fronte al pianeta che sta sotto di loro i due scelgono di essere prima, molto prima, russi che cosmonauti. E quindi colgono l’occasione per esporre la bandiera, la bandiera della vittoria russa. Anche i cosmonauti arruolati e tanti saluti alla neutralità della scienza. La mobilitazione bellica russa è totale, coinvolge tutta la società, non ha al momento nessun obiettivo di pace.

Segretario generale dell’Onu Guterres in visita a Kiev, conferenza stampa. In lontananza il rombo delle esplosioni, esplosioni in città, esplosioni da impatto dei missili. Missili sparati dai russi. Russi che sapevano certo della presenza in città di Guterres. Missili sparati quindi apposta. Non certo per uccidere Guterres. Ma certo per mostrare quanto reale interesse abbiano oggi i russi alla pace: men che zero. I missili sparati sulla testa dell’Onu sono uno sfregio, un messaggio di sfregio, uno sputo sulla bandiera dell’Onu. Uno sputo caricato con esplosivo. 

Lo dicono ogni giorno, con la massima chiarezza, con le dichiarazioni pubbliche e ufficiali, su tutte le loro tv ad ogni ora, con la conduzione della campagna militare. Lo dicono e lo dimostrano in ogni modo e senza esitazioni: vogliono prima vincere la guerra e poi, molto poi, ratificare la vittoria militare e poi chiamarla pace. Di pace Putin si occuperà dopo che avrà fondato con territori ucraini una “Russia nuova” e dopo che avrà demolito lo Stato e disperso il popolo ucraino. La pace cui Putin è disponibile è quella che segue la cancellazione dell’identità nazionale ucraina, uno Stato, una nazione e un popolo che, Putin l’ha detto, teorizzato e scritto, non ha ragion storica di esistere.

In Italia molto più e molto diversamente che altrove ci si ingegna a scansarsi dalla guerra. La pubblica opinione viene coccolata e illusa da sondaggi e approfondimenti che le chiedono se guerra piace o non piace. Ma la guerra c’è e indice di gradimento o sgradimento non cambia il palinsesto della Storia. In Italia c’è un leader politico, Giuseppe Conte, che coltiva e apprezza quel che chiama “il pensiero laterale”. Laterale? Laterale nel senso del c’è la guerra e io mi scanso. Una linea politica, una consapevolezza civile, una bussola storica equivalente peer spessore a quella di Pierino nella barzelletta antichissima del “passa il treno, io mi scanso”. Il pensiero laterale è dire, pensare che la guerra non c’è. E comunque fingere, anche a se stessi, che non ci sia.

Compagno di viaggio del pensiero laterale è il lamentare i pochi “sforzi della diplomazia”. Sulla diplomazia oggi Putin letteralmente ci spara. Punto. Diplomazia e trattative sono oggi uno scongiuro più che una realtà. Verrà il loro momento, ma verrà solo quando la guerra qualcuno la starà vincendo o perdendo. Come sempre accade in tutte le guerre. Putin ha voluto questa guerra e tratterà per una qualche pace solo se e soltanto se non vincerà la guerra. Tre partiti italiani, M5S, Lega e Leu, un sacco di tv, tanta gente fanno finta di non saperlo. La gente ha qualche alibi, la politica e l’informazione no.

Nel mondo anglosassone il dibattito all’italiana sulla pace che è meglio della guerra non c’è. Non c’è per serietà. Negli Usa spaccati socialmente e politicamente come una mela nessuno dubita che sia guerra e che sia Putin a volerla e che quindi vada fermato e sconfitto. Lo stesso accade in Gran Bretagna. Perfino in Germania dove la pubblica opinione e la politica per decenni hanno coltivato il comprensibile particolare tabù verso ogni forma di azione militare, perfino in Germania si prende atto che c’è una guerra in corso, che sotto attacco è tutto l’Occidente e non solo l’Ucraina. E qualcosa di analogo anche in Francia. Per non dire di Svezia e Finlandia e Polonia e Paesi baltici. Solo in Italia c’è un dibattito pubblico sostenuto e alimentato dall’idea che la guerra sia una sorta di trattativa sindacale.

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