Gente d'Italia

Riformare il capitalismo

 

di Antonio Saccá

Sullo scorcio del secolo scorso appariva sicuro, a seguire la comunicazione imperante, che l’assetto del pianeta era avviato all’uniformità, dato che era diventato unipolaredopo l’implosione del comunismo e dell’Urss, onde l’unica potenza egemone era rappresentata dagli Usa. Così la prospettiva che iniziava era che la politica – e il suo scenario – si trasformavano dal pluriverso, cui alcuni millenni di storia ci hanno abituati, all’universo. Una (sola) potenza egemone; uno il contesto (il pianeta globalizzato); una la conseguenza, la pace; una avrebbe dovuto essere la forma politica ossia la democrazia più liberal che liberale; una l’ideologia, il rispetto dei diritti umani; uno il nemico, chi a tanto bene si opponeva. E via unificando.

Poco tempo dopo, con l’attentato dell’11 settembre, tale costruzione già presentava vistose e sanguinarie falle: un’organizzazione più terroristica che partigiana aveva colpito duramente il territorio statunitense. A parte l’incrinarsi (a dir poco) delle prospettive rosee era evidente che il problema reale – che quelle avevano più che sottaciuto, occultato – era ciò che millenni di pensiero politico avevano considerato: le differenze tra gli uomini, il loro voler vivere in comunità (relativamente) omogenee, in spazi costituenti il limite (anche giuridico) tra interno ed esterno. Così chi affermava l’universo e l’uniformità non riduceva il numero dei (possibili) nemici, ma lo incrementava di tutti coloro che non concordavano né con l’egemonia di una potenza, né con quella di una forma politica, né di una uguale “tavola dei valori” per tutti i popoli del pianeta e via distinguendo.

Di guisa che quello che, con espressione involontariamente stra-paesana, la stampa nazionale chiamava l’“ulivo mondiale”, si è rivelato un moltiplicatore (o almeno un non-riduttore) di zizzania planetaria. Abbiamo avuto guerre etniche, partigiane, religiose oltre a quelle più “tradizionali” di competizioni per la potenza e l’appropriazione (politica ed economica). A questo hanno contribuito due elementi, l’uno consistente in una regolarità politica, quindi ineliminabile: il conflitto. Da Niccolò Machiavelli a Carl Schmitt passando per Thomas Hobbes e (tanti) altri lotta, conflitto e amico-nemico sono stati considerati intrinseci alla natura umana. Per cui è impossibile eliminarli; ed è difficile ridurli, anche se non impossibile.

In fondo, sia la teologia politica cristiana che il diritto internazionale westfaliano erano volti a realizzarlo. In particolare, la riduzione dei legittimi contendenti agli Stati sovrani (justi hostes) diminuiva il numero di guerre limitando chi ne poteva far uso, garantendo così lunghi periodi di pace e comunque di guerre limitate (guerres en dentelles) alle nazioni europee. A ciò concorrevano altri precetti fondamentali del diritto pubblico (internazionale e interno): il monopolio della violenza legittima e della decisione politica, le frontiere (conseguenti al carattere territoriale delle comunità sedentarie), le distinzioni giuridiche (romanistiche) tra nemico e criminale e carattere pubblico della guerra. Il diritto di ciascuna comunità di vivere secondo le proprie scelte e consuetudini, ovviamente all’interno del proprio territorio, ne garantiva il pluralismo ed il rispetto da parte delle altre. L’universo non è in linea con tale metodo sperimentato nella storia, che è poi, come scriveva Joseph de Maistre, la politica applicata. Buona parte dell’armamentario di propaganda spiegato, da ultimo – ma non solo – nella guerra russo-ucraina è il contrario di quanto efficacemente praticato in qualche secolo di storia d’Europa. Il nemico è un “criminale, macellaio, pazzo”. Le sue pretese sono quelle di un malato grave, a Vladimir Putin hanno fatto anche delle visite psichiatriche via televisione con diagnosi tutte infauste (dal tumore alla demenza).

Il fatto che quanto commesso da Putin somigli assai alla politica dei suoi predecessori negli ultimi secoli (da Pietro il Grande a Caterina la Grande passando per Alessandro I e IINicola I), rivolti a guerreggiare per acquisire la supremazia nel (e intorno al) Mar Nero, può avere due risposte: o che, per interessi, in primo luogo geopolitici, la Russia tende a conquiste e accessi ai “mari caldi” tra cui in primis, il Mar Nero, e di tale tendenza occorre tener conto; ovvero che la Russia da Pietro il Grande a oggi è stata governata per gran parte dalla sua storia da dementi (tuttavia due dei quali fregiati dagli storici con l’appellativo di “Grande”). La lotta sarebbe tra democrazia contro autoritarismo – argomento che ricorda assai quello del “mondo libero” contro il “totalitarismo comunista” – solo che nel primo caso aveva fondamenti ben più seri. L’autoritario è ovviamente Putin (ma anche Recep Tayyip ErdoganXi JinpingViktor OrbánNarendra Modi). Dimenticando che, se per difendere la democrazia fosse necessario propiziare la guerra a Russia, Cina, India, il confronto risulterebbe assai problematico. Argomenti che hanno tutti i connotati comuni: a) non riconoscere l’avversario come nemico giusto; b) considerare le frontiere come intollerabile limite d’influenza; c) discriminare essenzialmente in base a “tavole di valori” nelle quali i “diritti umani” rivestono un ruolo fondamentale.

Ora, se è vero che vivere in una democrazia liberale (reale, meno in quelle parlate come purtroppo – in parte – è l’Italia) è molto meglio che vivere in uno Stato autoritario e forse anche in una democrazia illiberale, è parimenti vero che altro è tenersi il proprio modo di esistenza e rispettare quello degli altri, altro è cercare di esportarlo con inopportune ingerenze, e ancor più con guerre (dirette o per procura). Ancor più quando il fondamento è la diversità di valori, la cui conseguenza è, come scriveva Schmitt, che valorizzarne alcuni significa comunque dis-valorizzare altri, collocarli in una “scala”, da quello superiore a quello inferiore. E quindi discriminare coloro che condividono quelli “in basso”.

Come sosteneva Max Weber, la competizione tra valori crea una lotta, dove non è possibile “nessuna relativizzazione e nessun compromesso”. Onde Schmitt riteneva che “la teoria dei valori celebra i suoi trionfi… nel dibattito sulla questione della guerra giusta”, perché crea così il nemico assoluto. “Il non valore non ha nessun diritto di fronte al valore, e nessun prezzo è troppo alto per la imposizione del valore supremo”. Soprattutto per questo il pluriverso è preferibile all’universo, in politica e specialmente nei rapporti tra popoli. E l’inclusione dell’orbe nell’urbs, capacità di cui i Romani erano maestri, richiede secoli e rispetto delle differenze. Tempo carente e attitudine assente tra i globalizzatori. Onde il pluriverso, fondato sul rispetto della diversità tra i popoli, possiede un’attitudine pacificatrice superiore all’“alternativa” universalista.

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