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di Fulvio Abbate

L’Urss è tornata, o forse la sua realtà non è mai del tutto tramontata in Russia? Giorni addietro, lapsus o meno, un ex nostro presidente del Consiglio, Mario Monti, ospite di un talk, riferendosi proprio al Paese di Putin, ha pronunciato così: Urss. Al presente. Di fatto, non proprio fantasmaticamente, molto di quella sua storia, laggiù a Mosca, sopravvive quasi intatta, inaffondabile, diversamente da ogni possibile incrociatore “Moskva”.

Irremovibile nel vasto immaginario russo, nella propaganda, nella “grandeur” militare, insieme al riferimento “glorioso” alla “Grande guerra patriottica”, così come, sempre in Urss, prende nome la seconda guerra mondiale, tra la resistenza a oltranza all’avanzata dei nazisti e la definitiva conquista di Berlino. Ciò che trova il suo epilogo cerimoniale nella Parata della vittoria del 9 maggio 1945. Con le bandiere degli sconfitti gettate ai piedi del Mausoleo di Lenin.

Ricordiamo pure che Josif Stalin, nei giorni dell’assedio di Leningrado, ritornata ormai San Pietroburgo, appellandosi al suo “popolo”, non usò “tovarisch” (compagni) bensì “fratelli e sorelle”. Se è vero che il Mausoleo è meno evidente negli squarci che i media ufficiali concedono al colpo d’occhio della Piazza Rossa, è altrettanto invece certo che le panoplie militari destinate ad accogliere scenograficamente i battaglioni schierati, i cingolati, con i vecchi veterani ancora viventi in prima fila, onusti di medaglie, come già Breznev sulla propria uniforme, mostrano ancora adesso immancabili il sigillo e lo scudo della falce martello e della stella rossa, così come le bandiere vermiglie sempre lì a sfilare.
Il bianco blu e rosso orizzontali del vessillo giunto con Eltsin, non sembra insomma avere mai occultato, rimosso, cancellato i colori di Lenin e di Stalin.

E ancora, se nei giorni di quest’ultimo, segnati dal culto pervasivo della personalità, si erigevano statue a Engelsina Markizova, bambina di una regione della Mongolia, già fotografata in braccio al “Padre dei Popoli” nel 1936, e così utilizzata dall’agit-prop, qualcosa di analogo e insieme di stridente sul piano dell’anagrafe è avvenuto nei giorni di invasione dell’Ucraina con la trasfigurazione tridimensionale sempre statuaria di un’anziana donna che riconsegna orgogliosamente il cibo ricevuto da un soldato di Kiev dopo che questi le calpesta la bandiera rossa con cui lei gli era andato incontro; nonostante tutto, resta intatto il dubbio che la “babushka” ritenesse il vessillo dell’Urss ancora quello ufficiale dello Stato. Sarà il caso di aggiungere che la prima cosmonauta della storia, Valentina Tereskova, già vanto delle imprese spaziali sovietiche non meno di Juri Gagarin, membro attuale della Duma, si trovi tra i principali sostenitori del regime di Vladimir Putin.

In una iperbolica dissolvenza incrociata intermittente, Urss e successiva Federazione Russa sembrano insomma fondersi in un unico mattone iconico politico allegorico cerimoniale, quasi che il dominio putiniano non sappia, di più, non voglia affatto rinunciare al riverbero della mitologia, in questo caso celebrativa, del regime dei soviet. Un doppio simbolico che da una parte suggerisce puro marketing vintage (si pensi al “gadget” autoctono immancabile nei mercatini russi come le budënovke, il copricapo di panno dell’Armata Rossa nella guerra civile degli anni Venti e perfino in seguito) e nel contempo deciso ad affermarsi come segno semantico militare e storico della Grande Madre Russia, non meno capace di riassumere in sé, con altrettanto “orgoglio nazionale”, nella medesima narrazione visiva, sia l’aquila bicipite dei Romanov che adesso nuovamente adorna la bandiera sia, come già detto, i simboli del trascorso trionfo rivoluzionario dell’Ottobre comunista. Accanto alla salma di Lenin, ancora adesso sottoposta a manutenzione dai tassidermisti nel suo Mausoleo, è altrettanto certo che la Chiesa Ortodossa Russa, alleata di Putin, Patriarca Kirill I in testa, colui che per l’aggressione all’Ucraina ha parlato di “guerra giusta per combattere la lobby gay”, dopo l’avvenuta tarda riesumazione dei resti mortali di Nicola II e dei suoi familiari, assassinati nella Casa Ipatiev a Ekaterinburg, ha provveduto a canonizzarli.

In Russia, già Urss, non si butta via niente; resta malcelata anche l’apologia di Stalin, quasi a operare la cancellazione parziale del 20º congresso del PCUS che consentì, nel 1956, con Nikita Krusciov, la denuncia dei crimini e del terrore di Stato. D’altronde, non sembri un paradosso, perfino Leonid Breznev, e ogni altro volto di cera dell’antico Soviet Supremo, rivisto nel presente appare meno “imperialista” degli attuali residenti del Kremlino. Stando così le cose, non sembri un paradosso che l’imminente Parata possa assomigliare a una replica pressoché fedele sia di ciò che consacrava ogni 7 novembre l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre sia ad ogni altra pubblica manifestazione preposta a rendere omaggio all’eroismo di una nazione che conta oltre 20 milioni di morti nella seconda guerra mondiale.

Paradossalmente, intatta damnatio memoriae, soltanto l’ucraino Lev Trotskij resta fuori dall’attuale sistema propagandistico agiografico e bellicista russo. L’Armata, cui va il merito solenne d’avere sconfitto i nazisti con la conquista di Berlino, adesso può però anche vantare l’aggressione criminale all’Ucraina.