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Franco Esposito

Un impero abbattuto. Quello romano della ‘ndrangheta. L’unico ufficialmente riconosciuto dall’organizzazione mafiosa calabrese. Sgominata la cellula della Capitale d’Italia: settantasette arresti e ventiquattro società sequestrate dalle procure di Roma e Reggio Calabria. Tra gli arrestati in Calabria c’è anche il sindaco di Cosoleto, paesino in provincia di Reggio, Antonino Gioffrè. Una diarchia la reggenza della potente organizzatrice seminatrice di terrore. 

A Roma sono finiti in carcere anche i capi di quella che passerà alla storia come la prima e più cospicua filiale della ‘ndrangheta nella città capitale d’Italia. Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro hanno unito le rispettive competenze delinquenziali creado appunto quella diarchia. Due uomini al comando hanno riprodotto riti,sistema. metodo, linguaggi della ‘ndrangheta. 

Un’unione, la loro, in grado di muovere milioni di euro e accumulare una lunga lista di reati: associazione mafiosa, estorsione, spaccio, detenzione illegale di armi, fittizia intestazione di beni, truffa ai danni dello Stato aggravata alla finalità di agevolare la ‘ndrangheta, favoreggiamento, e concorso esterno in associazione mafiosa, riciclaggio. La coppia della diarchia non si è negata nulla. 

L’operazione di sbiancamento di Roma ha del clamoroso. E non solo per il numero e la portata di arresti e il sequestro di società di comodo, smascherate dalle procure di Roma e Reggio Calabria. Gli ndranghetisti di stanza nella capitale le decisioni le assumevano al tavolo dei ristoranti All’Angioletto o al Binario 96. 

I toni esageramente confidenziali, si parlava all’orecchio, Le intercettazioni, di conseguenza, sono state difficili da capire. Tipo quella del 17 dicembre 2017: l’affiliato Giuseppe Penna a colloquio con la nipote Marina Giordano mentre in tv appare Silvio Berlusconi con il nuovo simbolo del partito, l’albero della libertà. Penna si altera, chiaramente turbato. Quell’albero è il simbolo della ‘ndrangheta, non può esserlo di un partito politico. Nella malavita i simboli assumono significati diversi, e insieme ad essi i valori, Penna giustifica il cognato che ha ammazzato la sorella. “Ha fatto bene, l’ha punito per lo sgarbo”. 

Nel mondo della ìndrangheta, chiaramente alla rovescia, Giovanni Palamara, un affiliato all’organizzazione, si lamenta per un futile grottesco motivo, confondendo peraltro Bill Clinton con Barak Obama. Secondo lui, il premio Nobel andava assegnato ad Alvaro, suo suocero: “Ha contribuito in modo determinante alla pax mafiosa”. Mentre il sodale Carzo esprime rabbia e minacce nei confronti del giornalista Klaus Davi. “Uno sbirro, voleva mettere i boss della ‘ndrangheta a Roma chi sono, voleva appiccicare i manifesti alle fermate dei bus”. 

Suggestivo, si fa per dire, il racconto della festa di Pasqua al ristorante Binario 96. L’ultima cena del boss, tra ‘nduja e libri maestri. E l’inno, il mantra della cellula romana dell’organizzazione mafiosa “La famiglia è sacra”. Capotavola, col cranio completamente pelato, Vincenzo Alvaro, già gestore nel 2009 del Cafè de Paris in via Veneto, festeggiato dai figli, insieme con Antonio Carzo. Il capo ‘ndranghetista è riuscito finora a uscire indenne da tutte le inchieste. “Io sono terra terra, sulla Ferrari non salgo”, ammonisce a chi lo vorrebbe bene in vista, smargiasso, nella parte del ricco acquisito attraverso l’attività criminale. L’illegalità e Alvaro sono la stessa cosa. Un’unica cosa. 

Tra i locali sequestrati, il Bar alla 49 di via Selinunte e il Bar Pedone in via Ponzio Caminio. Una ‘ndrina in piena regola ad ammorbare Roma. La costituzione deliberata dalla Cupola La Provincia è datata 2005. La propaggine o succursale della sede centrale di Cosoleto, affidata al boss della tradizione, Antonio Carzo. Il soggetto si è fatto tredici anni di carcere, regime di massima sicurezz,a senza mai pentirsi. La libertà raccattata nel 2014. Tornato immediatamente in Calabria, gli è stata conferita la “responsabilitè” di gestire la filiale romana della ‘ndrangheta. Sollecite accettazione e investitura, accompagnate dalla dichirazione di rispetto. “Vi ringrazio dell’onore che mi avete dato”. 

Cominciato proprio ijn quel momento, il funzionamento della filiale romana della ‘ndrangheta è terminato quando le due procure hanno arrestato 43 persone nel Lazio e 35 in Calabria. Nella capitale sono finiti in carcere anche i capi della sede romana Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro. Il primo posseduto dalla brama di potere e di scalare velocemente i gradi dell’associazione mafiosa. “I papi siamo noi, pronti alla guerra”, amava ripete agli astanti meravigliati di tanta sfacciataggine. L’altro, Alvaro, si ritrovò al centro del sequestro del locale simbolo della Dolce Vita, il Cafè de Paris di via Veneto, perchè ritenuto “una lavanderia di denaro sporco”. 

Si vantavano di essere “una famiglia, guardatre quanto siamo belli qua, noi ringraziamo Dio“. Si ritenevano in tanti e particolarmente agguerriti. “Siamo una carovana e quando vogliamo una cosa o me la dai o me la prendo”. Prepotenza e arroganza esercitate con fare mafioso. “Basta un attimo”. Valeva per molti settori dell’economia. Metodo e sistema applicati a cominciare da ristoranti, pasticcierie., panifici, rivendite di pesce. 

Ma la pacchia doveva pur finire, prima o poi. A ben vedere, è durata anche troppo, anni. Occupati e consumati con uno slogan che loro ritenevano potesse durare in eterno: “pijamose Roma“, prendiamoci Roma. Alla fine le due procure hanno preso loro. Al gabbio sono in settantasette.