Ligabue

Trent’anni di carriera riassunti in un libro. Luciano Ligabue, noto con il solo cognome Ligabue o con il soprannome Liga, classe 1960, padre di due figli, da sempre abitante di Correggio, provincia di Reggio Emilia, cantautore, chitarrista, regista, scrittore, sceneggiatore e produttore discografico italiano, si racconta nel volume “E’ andata così. Trent’anni come si deve” edito da Mondadori.

Una corposa biografia artistica scritta a quattro mani con Massimo Cotto accompagnata da 360 foto e, in appendice, la discografia con tutte le copertine dei singoli, degli album, dei cofanetti, dei Vhs, insomma, di tutta la sua produzione musicale. Un’uscita che coincide anche con un grande dolore per la scomparsa del suo bassista, Luciano Ghezzi, a soli 56 anni. L’artista emiliano è uno dei massimi esponenti della cultura contemporanea italiana: 22 album, 5 libri, 3 film, oltre 800 concerti tra teatri, club, palasport, stadi e grandi spazi all’aperto, ha ricevuto due Targhe Tenco, un Premio Tenco, un Premio “Le parole della musica” e un Premio Lunezia per il valore musical-letterario dell’album “Miss Mondo”. Inoltre ha vinto cinque premi per quanto riguarda l’attività di scrittore e dodici onorificenze per la sua attività cinematografica. Con 165.264 persone a Campovolo, nel 2005, ha detenuto il record europeo di spettatori paganti per un concerto di un singolo artista, superato solo nel 2017 dal Modena Park 2017 di Vasco Rossi.

Ora, Covid permettendo, il Liga lancia un nuovo appuntamento per il 19 giugno a Campovolo. Sarà protagonista del concerto intitolato “30 anni in un (nuovo) giorno”, evento in data unica per celebrare il trentennale di una straordinaria carriera, anticipato dal singolo “La ragazza dei tuoi sogni”, attualmente in radio. Nel libro, per la prima volta, il Liga racconta come sono andate davvero le cose, spazza via leggende metropolitane e racconta la verità. È un viaggio nel tempo, una storia unica, una parabola artistica. Nel periodo più brutto, l’isolamento, la paura, il Covid, nasce la cosa più significativa, un libro dove Luciano Ligabue dice a Massimo Cotto: “È andata così”, rammentando un brano di Loredana Bertè.

Quando il Liga apre le porte a Cotto a Correggio, ha voglia di raccontare trenta anni di musica e di vita artistica. I due si rifugiano a Ca’ di Pòm, la palazzina dove Ligabue ha scritto, nella famosa Stanza rossa, la maggior parte delle canzoni di “Buon compleanno Elvis”. Una giornata a ricordare e registrare, a sbobinare ricordi e accumulare materiale. Ma accade l’imprevedibile, dal giorno successivo è lockdown. Impossibile vedersi. Il libro però deve andare avanti, c’è l’urgenza di raccontare. Cambia il metodo e i due iniziano a confrontarsi e a scambiarsi i racconti via mail. Sembra un ripiego, invece è una scommessa.

Mi sono guardato indietro – racconta il cantante di Correggio – e mi è venuta voglia di mettere un po’ di ordine in tutto quello che ho fatto. Ma forse anche per fare un po’ d’ordine in me stesso dopo oltre 190 canzoni pubblicate”. E tutto comincia dall’infanzia e da casuali situazioni: “La prima è dovuta alla levatrice, che si era presa la responsabilità di voler fare il parto in casa. Si accorse che il cordone ombelicale mi si era attorcigliato intorno alla fronte e mi impediva di uscire. Finalmente con un dito mi liberò e così mia madre, quando sembrava già tardi, con le ultime spinte mi mise al mondo. La seconda: a un anno e mezzo avevo la pertosse ed era così cattiva che, con i colpi che davo, mi era venuta l’appendicite. Ma nessuno se n’era accorto. Io continuavo a piangere e mia madre mi portò in farmacia per trovare qualche rimedio. Lì incrociò un medico che mi fece una visita sommaria, sufficiente per portarmi in ospedale d’urgenza perché era già diventata peritonite. Infine l’ultima: banale operazione alle tonsille, ma mia madre decise di passare la notte con me contro il volere dei sanitari. Ad un certo punto lei cominciò a dire: ‘Guardate che non sta bene’. Ma gli infermieri le ripetevano che non era nulla, di stare tranquilla, che il giorno dopo sarei stato come nuovo. Non la convinsero e andò a chiamare un medico per fargli vedere le mie unghie che stavano iniziando a ingrigirsi. Il dottore mi dette uno scossone e io iniziai a vomitare sangue: c’era un’emorragia in corso. Di nuovo di corsa in sala operatoria per un secondo intervento e io rimasi, credo sia un record assoluto per un’operazione alle tonsille, 17 giorni in ospedale. E questa è la Rina, mia madre”.

Uno dei suoi successi mondiali è stato “Il giorno dei giorni” del 2005. Si riferisce ad un particolare evento? “Non ce n’è uno in particolare, – confessa Ligabue, – però ci sono due film che raccontano due eventi opposti, lo si legge nell’atmosfera delle sequenze. Mentre stavo girando Radiofreccia è nato Lenny, il mio primo figlio. Parto prematuro, che ci ha colti di sorpresa costringendoci a sospendere le riprese per alcuni giorni. E credo addirittura che quell’episodio sia finito in qualche modo nel clima del racconto. Resta il fatto che in Radiofreccia si respira una certa vitalità, anche se il protagonista muore. Durante le riprese dell’altro film, invece, mi è arrivata la notizia della malattia di mio padre e che poi è morto prima che finissi la post produzione. E Da zero a dieci non posso più guardarlo. L’ultima volta è stato il giorno della presentazione a Cannes e lì ho capito che non lo avrei più rivisto”.

Con il padre se ne è andato un mondo, quello di Peppone e Don Camillo: “Vengo da una famiglia comunista, – spiega, – l’ambiente qui intorno era negli anni 60-70 assolutamente così, quasi con percentuali bulgare. A Correggio, il centro cittadino è letteralmente tagliato a metà da corso Mazzini che all’epoca divideva Don Camillo da Peppone, si stava o di qua o di là. Io seguivo i miei genitori, ma poi andavo anche a messa. Ho sempre avuto le mie simpatie, ho sempre votato a sinistra, ma questo non ha mai voluto dire aderire ad un dogma, essere allineato. Ecco, se c’è una cosa che mi dispiace è aver visto svanire quell’adesione popolare al Pci che gli altri partiti non avevano. Lo vedevo qui alla Festa dell’Unità quando tante persone prendevano le ferie per lavorare come dei matti, senza venir pagati, ma semplicemente perché comunque volevano contribuire ad una causa. C’era proprio una fiducia illimitata in quella cosa che sicuramente non andava di pari passo con l’idea del comunismo sovietico”.

di MARCO FERRARI