di Ludovico Manzoni

Si è conclusa la missione in America Latina del Partito Democratico, rappresentato da Peppe Provenzano, il Vicesegretario nazionale, assieme ad Eugenio Marino, a lungo responsabile degli italiani e dei circoli PD nel mondo e al Senatore Fabio Porta veterano della Circoscrizione Esteri, per incontrare la sinistra sudamericana, stringere rapporti con i partiti progressisti e incontrare le tante comunità italiane e democratiche del continente. 

 

IN BRASILE – La prima tappa è stata in Brasile, a San Paolo la città più grande e ricca dell’America Latina.

Le elezioni si avvicinano e il Brasile è in un momento complicato, 4 anni di Bolsonaro hanno lasciato il segno, l’inflazione è al 12%, il tasso di povertà è aumentato (Fabio commentava, indicando un accampamento di senzatetto in Avenida Paulista, la principale strada della città, che è la prima volta in decenni che si vedono così tante persone vivere per strada) e il Brasile è più isolato internazionalmente.

“Se Il Brasile è figlio del Portogallo, San Paolo è figlia dell’Italia” dicono con orgoglio gli italiani a San Paolo, la comunità italiana nella città è una delle più grandi del mondo, milioni di residenti hanno origine italiana. L’importanza degli italiani nella storia della città è testimoniata dall’imponente Edificio Italia, costruito negli anni 50 con i fondi della comunità italiana a San Paolo, con i suoi 161 metri rimane anche oggi uno dei grattacieli più alti della città.

Gli incontri al Consolato e alla Camera di Commercio ci hanno confermato l’importanza e l’impegno della comunità italiana a San Paolo, quasi mille aziende della zona sono italiane. Gli investimenti italiani sono nell’ordine dei miliardi, e costituiscono una parte fondamentale del tessuto economico locale.

Una storia oggi di successo, è passata da un secolo di sforzi e sofferenze: abbiamo visitato il Museo dell’immigrazione e l’Hospedalaria, che da fine 800 accoglieva gli immigrati in condizione di estrema povertà.

Più di un milione di italiani sono passati di lì, curati in quarantena prima di andare a lavorare nelle piantagioni di caffè e zucchero, in condizioni drammatiche, spesso trovandosi a rimpiazzare gli schiavi (appena liberati). 

Oggi si possono leggere le struggenti lettere che gli emigranti mandavano alle famiglie, storie di povertà e sacrifici.

La testimonianza della sofferenza oggi si è trasformata in qualcosa di concreto, le strutture dell’Hospedaleria vengono utilizzate da un’associazione di origine italiana che si occupa di aiutare i poveri di San Paolo: all’Arsenale della Pace 1200 persone vengono sfamate e accolte ogni giorno, Padre Lorenzo ci ha raccontato che in oltre 20 anni di attività sono riusciti a costruire una comunità unica, che è un punto di riferimento per i bisognosi di tutto il Brasile, anche questo è l’Italia nel mondo.

In Brasile è già iniziata la campagna elettorale, abbiamo incontrato Geraldo Alckmin a lungo governatore dello stato di San Paolo e oggi candidato alla Vicepresidenza del Brasile insieme a Lula. Viene da una storia politica più moderata rispetto a Lula ma ha deciso di sostenerlo perché preoccupato dall’erosione delle istituzioni portata avanti da Bolsonaro. Pensa che al netto delle differenze politiche tutte le forze democratiche debbano unirsi per fronteggiarlo e difendere la Costituzione.

C’è preoccupazione per la tenuta democratica del paese, timori di un possibile “6 Gennaio” con riferimento all’assalto statunitense al Campidoglio favorito da Trump, di cui Bolsonaro è sempre stato un acceso sostenitore durante tutta la sua presidenza. Oggi Bolsonaro ha già iniziato a delegittimare il tribunale federale del Brasile, e il processo democratico.

Lula è di nuovo libero dopo l’ingiusta carcerazione inflittagli dalla magistratura vicina Bolsonaro, per impedirgli di candidarsi contro di lui nel 2018, lo abbiamo incontrato il giorno successivo, nonostante i 76 anni è in gran forma ed è pronto a ricandidarsi per sconfiggere Bolsonaro. Ci ha raccontato la sua visione di un Brasile che riesca a integrarsi di più con gli altri paesi del Sudamerica, seguendo l’esempio dell’Unione Europea (ma senza replicarne il deficit democratico), vuole di nuovo combattere la povertà, coniugare sviluppo e protezione sociale e difendere la costituzione brasiliana.

Oltre a Lula, alla Fundacao Perseo Abramo del suo Partito dos Trabalhadores (PT), abbiamo incontrato alcuni tra i massimi dirigenti del Partito e dei suoi governi: Luiz Dulci, Aloisio Mercadante, Cesar Alvarez e Celso Amorim. Anche loro sono molto preoccupati dal possibile tentativo di Bolsonaro di non riconoscere il risultato elettorale, su Bolsonaro hanno una posizione molto dura, dicono che “ammira Mussolini e i torturatori, non ha rispetto per la democrazia né per le istituzioni, non è in grado di tenere unito il Brasile”.

Sulle elezioni, che si svolgeranno il 2 ottobre, chiedono attenzione da parte della comunità internazionale, e c’è una richiesta di inviare osservatori per monitorare le elezioni e confermarne la validità.

Il Brasile è a un momento di svolta, chi vincerà le elezioni avrà il compito di dover tenere unito il paese e difendere la democrazia da pericolose spinte autoritarie, in uno scenario internazionale incerto. E anche la comunità italiana in questo passaggio fondamentale per il paese farà sentire la propria voce.

Pronti a ripartire abbiamo lasciato il caldo tropicale di San Paolo (peggiorato dal fatto che Provenzano, forse per boicottare Putin, continua a far spegnere l’aria condizionata) per dirigerci in Argentina, a Buenos Aires.

IN ARGENTINA – Anche a Buenos Aires c’è una forte e radicata comunità italiana, infatti l’Argentina è il paese straniero con più italiani nel mondo, e girando per la città l’influenza italiana si nota immediatamente, nel cibo, nei vini e nell’architettura. Qui abbiamo partecipato all’intitolazione del circolo del Partito Democratico attivo nella città a David Sassoli e a un successivo incontro con la comunità italiana della città. 

L’Argentina attraversa, come spesso succede nella sua storia recente, un momento economico complicato: l’Inflazione raggiunge picchi del 60%, il paese è a rischio bancarotta, e ha trattato un complesso accordo con il Fondo Monetario Internazionale per un prestito di 40 miliardi di dollari, necessario ad evitare l’ennesimo default.

La politica argentina è caratterizzata dalla complessità e dalle divisioni, la principale divisione si esprime tra i peronisti (che si riconoscono nell’azione politica di Juan Domingo Peron e di Evita) e gli anti peronisti, ma le differenze sono difficili da comprendere.

“Volete capire il peronismo? Se ci riuscite poi spiegatelo anche a noi” questo ci hanno detto vari alti dirigenti del movimento peronista, per rispondere alle nostre domande. E in effetti il peronismo, per quanto trasversale e centrale nella vita politica argentina, resta ammantato da un velo di inconoscibilità: alcuni punti centrali sono l’attenzione alle classi più deboli, la vicinanza al movimento sindacale e ai diritti dei lavoratori, la volontà di indipendenza dalle ingerenze e dai monopoli stranieri e l’affermazione dell’autonomia dell’Argentina, anche attraverso la costruzione di un’industria nazionale. Dentro questi ampli principi ci sono differenze di applicazione enorme, in passato ci sono stati peronisti di destra e di sinistra (in forte conflitto tra loro, a volte anche armato), peronisti neoliberisti e peronisti keynesiani. Oggi le contraddizioni continuano: la prima divisione nel movimento peronista, che dal 2019 è tornato a governare l’Argentina è quello tra peronisti progressisti e conservatori. Abbiamo incontrato vari leader dell’area progressista tra cui Cecilia Nicolini, segretaria di stato per lo sviluppo sostenibile e la lotta al cambiamento climatico (anche lei di origini italiane), Luis Fernando Navarro Segretario per le relazioni istituzionali del Governo argentino, Alejandro Sehtman, capo di gabinetto del Ministero dell’Industria. Parlando con loro subito si nota un’ulteriore divisione importante, quella tra i peronisti kirchneristi (che si riconoscono negli ex Presidenti Nestor e Cristina Kirchner e oggi anche in loro figlio Maximo) e gli anti kirchneristi. Dopo la morte di Nestor Kirchner, apprezzato Presidente progressista, sua moglie Cristina ha ereditato la leadership dell’area politica, venendo eletta a sua volta Presidente. Oggi resta una figura importante (nel 2019 è stata eletta Vicepresidente dell’Argentina, in sostegno ad Alberto Fernandez, suo storico rivale all’interno del movimento peronista) ma divisiva, accusata di clientelismo e assistenzialismo per mantenere la sua rete di supporto.

Questa rivalità tra Alberto e Cristina, si nota immediatamente entrando negli uffici governativi, alcuni espongono come ritratto ufficiale quello del Presidente Fernandez, mentre altri quello di Fernandez e Kirchner insieme.

Anche uscendo dall’area peronista le contraddizioni non mancano: abbiamo incontrato la dirigenza e i parlamentari dell’Unión Cívica Radical (UCR) principale partito di opposizione, che si considera di centrosinistra, ma è disposto ad un accordo con i liberali e i conservatori di Mauricio Macrì, pur di sconfiggere il peronismo. Anche i Socialisti, guidati da Monica Fein, ci hanno spiegato che restano contrari ai peronisti, ma vorrebbero trovare un’altra via, che non preveda un accordo con i conservatori. 

È interessante notare che, approfondendo le divisioni tra interlocutori diversi, muovano verso gli altri le stesse accuse: gli antiperonisti accusano i peronisti di non essere veramente progressisti, di non tenere fede alle loro promesse e di avere più a cuore il potere che gli interessi dell’Argentina. Da parte dei peronisti le accuse sono speculari: ritengono di essere loro gli unici progressisti, che l’opposizione sia disposta ad accordarsi con la destra pur di provare a governare e che aderisca ai valori progressisti solo formalmente.

A beneficiare di queste divisioni è l’estrema destra, che sta avendo una forte crescita, arrivando al 22% nei sondaggi.

Conclusi i due giorni della tappa argentina, è il momento di ripartire per il Cile.

 

IN CILE – La visita è iniziata con una colazione in ambasciata con vari esponenti politici cileni, parte del nuovo governo o della maggioranza progressista. L’ambasciata italiana a Santiago ha ricoperto un ruolo fondamentale durante la dittatura, nel 1973, essendo l’unica ambasciata europea a rimanere aperta a chi volesse richiedere asilo, ha accolto migliaia di dissidenti cileni che si sono rifugiati lì per evitare di essere uccisi. La maggior parte è poi riuscita ad ottenere un salvacondotto per raggiungere l’Italia. Un luogo importante e storico, l’ambasciatore ci ha confidato che è proprio questa la “casa degli spiriti” a cui si è ispirata Isabel Allende nel suo famoso romanzo. Questo legame tra Cile e Italia, forgiato nel momento della difficoltà si percepisce ancora, abbiamo incontrato molti esuli che avevano trovato rifugio nel nostro paese, e altrettanti nati in Italia e poi tornati in Cile. Molti cileni ricordano la generosità italiana nell’accogliere e tuttora guardano al nostro paese con affetto.

Oggi il Cile sta navigando un momento cruciale della sua storia contemporanea: Dopo le enormi proteste del 2019, e la brutale repressione del Governo Piñera, si è aperta una fase costituente. Nel 2020 i cileni (con una maggioranza del 79% a favore) hanno approvato l’inizio di una riforma costituzionale, che elimini le parti residue della costituzione pinochetista, tuteli i diritti delle minoranze e abbia una maggiore attenzione verso la giustizia sociale. Nel 2021 l’Assemblea costituente è stata eletta e ha iniziato a lavorare, approvando una bozza di riforma che verrà finalizzata a breve, e che andrà approvata o respinta dai cileni, in un ulteriore referendum il 4 settembre. Sulla riuscita del processo di riforma costituzionale si giocano anche molte delle sorti di Gabriel Boric, il neoeletto Presidente, di appena 36 anni, proveniente dal mondo della sinistra movimentista e radicale (ma non estrema), si è molto esposto sul processo costituente, e indubbiamente il suo mandato sarà influenzato dalle conseguenze politiche del referendum.

Tra i progressisti cileni c’è grande preoccupazione: secondo i sondaggi oggi vincerebbero i no, facendo quindi naufragare la riforma costituzionale. Se dovesse essere respinta non si tratterebbe solo di uno smacco personale per Boric, ma rischia anche di dare ulteriore legittimità alle parti ancora in vigore della costituzione del 1980, scritta durante la dittatura di Pinochet, e di rafforzare i partiti di estrema destra che la sostengono. 

Ci siamo confrontati con le diverse forze della coalizione, dai democratici e socialisti ai giovani radicali vicini a Boric. Tutti concordano sulla necessità di portare avanti il processo costituente, ma in privato molti (anche tra i massimi dirigenti delle forze politiche e delle istituzioni cilene) esprimono dubbi sul lavoro che sta svolgendo l’Assemblea costituente e preoccupazione sul risultato del referendum. L’Assemblea, grazie al particolare sistema elettorale, ha permesso a molti indipendenti di essere eletti, spesso senza precedente esperienza politica o addirittura dalla dubbia serietà (emblematico è il caso di Tía Pikachu, attivista che spesso si presenta in aula con il costume del famoso Pokémon, ed ora è stata eletta come una delle Vicepresidente dell’Assemblea). Questa prevalenza degli indipendenti, seppur a maggioranza di sinistra, ha portato a varie polemiche pubbliche sui lavori dell’Assemblea. Alcuni dei punti più controversi che stanno emergendo dalla costituente sono la trasformazione del Senato in una Camera delle Regioni e del Cile in uno stato plurinazionale (con speciali diritti e tutele per i popoli originari, come ad esempio i Mapuche che potrebbero creare un loro sistema giudiziario indipendente) e il riconoscimento dei diritti degli animali. 

Se la fase politica è complessa, quella economica non è da meno, durante una visita alla CEPAL (Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi delle Nazioni Unite, che si occupa della cooperazione e dello sviluppo economico dei paesi latinoamericani) ci hanno spiegato che il Cile, storicamente stabile, ha superato il 10% di inflazione e rischia un periodo di stagnazione o addirittura recessione.

A Santiago abbiamo avuto il piacere di incontrare la senatrice Isabel Allende, figlia del Presidente, che ci ha accolto nella casa di famiglia, al tavolo dove furono preparate le campagne elettorali del padre, per una lunga conversazione sull’internazionalismo progressista. Abbiamo discusso di come rendere il cinquantenario del golpe, il prossimo anno, l’occasione per una riflessione globale sul rispetto della democrazia e l’affermazione dei diritti umani, che coinvolga anche l’Italia. Con il Presidente del Senato, il socialista Alvaro Elizalde, a La Moneda, abbiamo ripercorso i luoghi della memoria, l’ufficio dove Allende lavorava e dove resistette la mattina dell’11 settembre 1973, durante il colpo di Stato fascista di Pinochet, l’ala del Palazzo bombardata dai militari traditori, il punto in cui fu trovato morto e da dove pronunciò le sue ultime parole. Poi una visita al Museo della Memoria, ascoltando le storia di Marcia Scantlebury, che fu una prigioniera politica, torturata dal regime. Infine, siamo stati al cimitero di Santiago per deporre un mazzo di garofani sulla tomba di Allende, e un fiore su quelle di Victor Jara e Violeta Parra. 

Anche in Cile si nota l’importanza della comunità italiana nel paese, che abbiamo incontrato a Santiago, insieme agli attivisti del Partito Democratico attivi nella città. 

Un esempio della rilevanza di questa comunità è Vivaldi, il Rettore dell’Università de Chile, la più importante del paese, ha origini italiane (di Taggia, nel ponente ligure), parla perfettamente l’italiano e ha la cittadinanza. Prima di ripartire c’è stata l’occasione per una cena insieme ad alcuni dei massimi esponenti politici cileni: i Presidenti della Camera e del Senato, i leader attuali e passati del Partido Por la Democracia, e alcuni esponenti del governo attuale e di quelli di Salvador Allende e Michelle Bachelet. Come tutti i progressisti cileni esprimono un misto di speranza e preoccupazione, tra il nuovo governo e l’Assemblea costituente il Cile è a un momento di svolta, e può veramente cambiare.

IN URUGUAY – L’ultima tappa è stata in Uruguay, Pepe Mujica ci ha invitato nella sua fattoria per un ottimo Asado. A 86 anni il Presidente Mujica resta un punto di riferimento per i progressisti. Rimane lucidissimo e determinato, abbiamo parlato con lui per più di due ore, della guerra in Ucraina e delle sue conseguenze e della necessità di un’Unione Europea forte e indipendente che possa recuperare una forte relazione con l’America Latina, per superare la contrapposizione tra blocchi ed evitare una nuova guerra fredda. Ci ha confidato di avere origini italiane, liguri da parte dei nonni, e che se dovesse essere mandato in esilio, vorrebbe rifugiarsi in Italia.
Siamo stati in visita a Gente d’Italia, scoprendo la realtà di questo importante quotidiano con sede a Montevideo che raccoglie le voci e si rivolge agli italiani nel mondo, una realtà quasi unica ed un punto di riferimento per gli italiani all’estero, oggi però minacciata da giochi di potere che vorrebbero privarla dei finanziamenti necessari ad andare avanti.

Prima di ripartire, accompagnati dagli esponenti del Partito Democratico attivi in Uruguay abbiamo incontrato la dirigenza del Frente Amplio, la principale coalizione progressista del paese. Dopo aver perso di pochissimi voti le elezioni contro la destra, si preparano a tornare al governo, e vorrebbero stringere un rapporto più stretto con la politica italiana.

Torniamo così in Italia, con la consapevolezza che è necessario investire, come Italia e come Unione Europea, nelle relazioni con il Sud America, un continente storicamente e culturalmente a noi affino, ma troppo spesso trascurato. I progressisti ci chiedono di aumentare i legami tra i nostri continenti, e prestare attenzione ai processi in corso in America Latina. Questa attenzione è particolarmente necessaria per il nostro paese, così importante nella storia dell’America Latina, in cui ancora vivono milioni di nostri connazionali, che chiedono il giusto riconoscimento.