di Pietro Salvatori

Ma va, è tutto inventato, andare da soli con questa legge elettorale è una follia”. Guido Crosetto è uno che frequenta assai la stanza dei bottoni di Fratelli d’Italia, e più o meno da lì smentisce categoricamente che il partito abbia la tentazione di andare da solo alle prossime elezioni. Il capogruppo alla Camera Francesco Lollobrigida dice che il suo partito vuole “un centrodestra unito, forte, credibile, vincente, soprattutto in grado di mantenere gli impegni con gli italiani”, e che Giorgia Meloni è impegnata in quella che ritengono “l’unica strada possibile”. Poco dopo passa un deputato di Forza Italia: “Ma quale unica strada, quelli vogliono andare da soli”.

Il day after di quello che doveva essere il vertice a tre del chiarimento, chiesto da mesi ma sempre rinviato per un motivo o per l’altro, è un gran casino. “Alla fine sono schermaglie che ci stanno, si risolve tutto e andremo insieme alle elezioni”, fa professione di ottimismo Alessandro Cattaneo passeggiando nel Transatlantico della Camera. E sarà pure vero, ma la strada per arrivarci è lastricata di ripicche e di sgambetti. I forzisti accusano Meloni di aver praticamente già deciso: “Vuole andare da sola, vuole farsi la sua opa sul centrodestra”. Luigi Casciello, forzista salernitano, è uno che nel pedigree ha la direzione di diversi quotidiani, da il Roma a il Giornale di Napoli. Ha uno sguardo insieme di parte ma anche laico. Allarga le braccia: “A quel punto vorrà dire che si andrà in bicicletta con la Lega“. Sorride e allarga le braccia, non sembra convintissimo. Il riferimento è molto dotto e affonda le radici nella storia della Repubblica, quando Pietro Nenni e Giuseppe Saragat decisero di unificare i simboli in vista delle elezioni del 1968, con i due cerchietti di Psi e Psdi che messi l’uno accanto all’altro vennero ribattezzati “la bicicletta”.

L’ipotesi circola negli stati maggiori di Lega e di Forza Italia, poco più che una suggestione al momento, ma che certifica come i rapporti all’interno della coalizione siano disastrosi. Il vertice convocato ad Arcore è stato surreale, dalle parti di Fratelli d’Italia lo si definisce addirittura “una trappola”. Una trasferta in Lombardia durata poco più di un’oretta per Matteo Salvini, appena due per Meloni, poi arrivederci e “ci si aggiornerà a stretto giro”, ma nessuno scommette su un nuovo round prima delle amministrative di metà giugno.

Il confronto si è incartato quasi subito, nemmeno il tempo di arrivare ad addentare il risotto alle melanzane servito dopo l’aperitivo in cortile. Schermaglie sulle amministrative, con un focus sui casi più spinosi che hanno visto i tre dividersi come Verona e Parma (soprattutto sulla città scaligera Meloni avrebbe lanciato frecciate puntute), poi il gelo sul vero imbuto che sta generando stallo e tensioni: la ricandidatura di Nello Musumeci in Sicilia.

Meloni è arrivata sperando che il vertice, se non risolutivo, costituisse almeno un passo avanti sulla conferma del suo uomo alla guida della Sicilia. E in effetti sull’intricato rebus siciliano Berlusconi ha assunto una posizione laica, pronto a benedire un’intesa, anche sul suo nome e anche contro il parere del potente colonnello regionale Gianfranco Micciché. Ma quando l’argomento è affiorato, ci ha pensato Salvini a azzerare la discussione: “Siamo qui per parlare e per confrontarci, ed è un bene che lo stiamo facendo. Ma prima ci sono le amministrative di giugno, poi parliamo di Sicilia, e a decidere devono essere i siciliani”. Un vero muro su cui Meloni si è schiantata, principale pretesto per il comunicato di fuoco diramato subito dopo: “L’Unità della coalizione non basta declamarla”.

In Fratelli d’Italia si ritiene incomprensibile che si impallini un presidente uscente, dalla Lega rispondono con sondaggi catastrofici sulle chance di Musumeci. Il comunicato con il quale Berlusconi auspicava una rapida soluzione, che conteneva un mezzo endorsement per il presidente uscente sottolineandone il gran lavoro fatto, viene rimesso nel cassetto. “Quel testo c’era, da Arcore nessuno ci ha spiegato perché non è stato diffuso”, dicono i meloniani. Ignazio La Russa si spinge sull’orlo della rottura: “Se vogliono rompere ce lo dicano subito”. Sembrano armi spuntate, in Parlamento tutti si dicono convinti che è vero che si litiga, ma una soluzione si troverà, ma l’insofferenza di Fdi in quello che considera un gioco a rimpiattino da parte del Carroccio è ormai palese. “Magari il problema sono solo i sondaggi”, dice Walter Rizzetto, coordinatore di Fdi in Friuli, alludendo al sorpasso ormai consolidato del suo partito e alla necessità che ha Salvini di risalire nelle intenzioni di voto. Un suo collega conferma: “Qualunque cosa facciamo o proponiamo ci mettono i bastoni tra le ruote, ormai è così dal Quirinale, ma pure prima, lo abbiamo capito, mica siamo scemi”.

Ecco, l’intesa si dovrà trovare anche sulle liste elettorali, perché il gran ballo delle candidature è stato già avviato. La settimana scorsa i capigruppo di tutti i partiti hanno partecipato a un seminario a porte chiuse organizzato dalla fondazione Astrid. In quella sede il presidente dei deputati leghisti Riccardo Molinari si è spinto fino sulla soglia di un’apertura ai giallorossi su un sistema proporzionale. Segnali accolti positivamente nel centrosinistra, ma che hanno fatto drizzare le antenne agli alleati. Le diplomazie si sono messe in moto, e i boatos di Palazzo raccontano di una telefonata piuttosto accesa tra Meloni e Salvini. Salvini ha disposto la retromarcia. Prima Roberto Calderoli dalle pagine di Repubblica ha smentito qualunque disponibilità alla Lega di una modifica in senso proporzionale del Rosatellum, poi Igor Iezzi, capogruppo in commissione Affari costituzionali. Presente anche lui al convegno di Astrid, non ha smentito “quello che hanno detto gli altri, anche perché queste riunioni sono riservate”, ma ha confermato che alla Lega va benissimo l’attuale legge elettorale e non ha nessuna intenzione di cambiarla.

E proprio ad Arcore è andato in scena un primo, velocissimo round sulle future liste elettorali. Perché si litiga sul domani ma già con la testa sulla partita grossa del dopodomani, le elezioni politiche. Ecco, del terzo dei collegi uninominali Meloni ne vorrebbe il 50% o quasi, fotografando le intenzioni di voto che le accreditano la metà dei consensi della coalizione o giù di lì. Uno schema che, se fosse rispettato, vedrebbe la Lega ottenerne il 30/35% Forza Italia il 10/15% con una quota residuale per i partiti più piccoli. Base su cui né Forza Italia Lega sono disposte a trattare, dovendosi considerare a loro avviso anche i risultati delle ultime elezioni europee e la consistenza dei gruppi uscenti, che verranno falcidiati dal taglio dei parlamentari.

Non è un caso che Salvini sia stato accompagnato ad Arcore proprio da Calderoli, grande esperto di sistemi elettorali. Meloni per ora si dice soddisfatta di aver riscontrato de visu dagli alleati l’indisponibilità a modifiche proporzionali del Rosatellum, delle liste ci sarà modo di riparlarne. E non si fa in tempo a chiudere – anzi, a rimandare – un fronte, che ecco se ne apre un altro. Maurizio Lupi, Lorenzo Cesa, Luigi Brugnaro e Giovanni Toti, a capo delle componenti minori del centrodestra, sono stati esclusi da una riunione che proprio nel periodo del Colle li aveva visti protagonisti. Percepibile il nervosismo degli esclusi, a cui dà voce il presidente della Liguria: “Il centrodestra che doveva aprirsi alle formazioni minori, alle esperienze dei sindaci, alle forze civiche, si è riproposto uguale a tre anni fa, chiuso nei tre partiti centrali”. Poi l’affondo: “Il centrodestra di Berlusconi è un po’ nostalgico, mentre da Salvini ci si aspetta novità e orgoglio, pensavo fosse l’uomo giusto per aprire il centrodestra a tutti i movimenti innovativi. Ma per ora non l’ha fatto”. Tutti sono pronti a scommettere che alla fine l’unità ci sarà, che con questa legge elettorale dividersi sarebbe un harakiri. Nessuno è disposto al momento a investirci più di qualche spicciolo.