Paolo Gentiloni (Depositphotos).

di Gianni Del Vecchio

L’intervista del commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni e le prime anticipazioni delle raccomandazioni economiche che la Ue farà all’Italia domattina fanno parte di un unico forte messaggio che Bruxelles vuole fortissimamente mandare all’Italia, perché convinta che qui da noi non si è ancora capita la gravità della situazione economica, presente e futura.

Il messaggio tutto sommato è abbastanza semplice: il dolce mondo dei sussidi, dei contributi a fondo perduto, delle garanzie statali sui prestiti alle imprese, in una parola dello stato che ti regala soldi, è finito. Ci abbiamo vissuto tutti per due anni, gli anni della pandemia, ma adesso qualcosa è cambiato: la guerra, la ripresa del pil che si sta bloccando e il ritorno dell’inflazione ci hanno proiettato in un altro mondo, ed è bene che subito darwinianamente ci adattiamo.

Si tratta di un mondo più ostile, dove non si può pensare di risolvere tutto buttando soldi dall’elicottero, facendo debito pubblico a manetta ma, per una volta, si deve fare i seri: rispettando il calendario delle riforme concordate con Bruxelles – dalle tasse al catasto passando per la concorrenza – e soprattutto sfruttando al massimo gli effetti benefici del Recovery Plan. Insomma, consigli di buon senso, gli avvocati li definirebbero un po’ come le indicazioni proprie della diligenza del buon padre di famiglia, niente di così straordinario. E invece come al solito in Italia l’ordinario diventa straordinario. Basta dare un’occhiata alla prima reazione di Matteo Salvini, uno strepitio in perfetto stile Fuck Europe che ci riporta ai dimenticabilissimi tempi del governo gialloverde.

Le raccomandazioni che verranno presentate domani però – e Salvini dovrebbero saperlo bene – non sono uno schiaffo all’Italia né tanto meno un atto di revanchismo del partito dell’austerity sconfitto dalla pandemia. Sono invece degli avveduti consigli da tenere in seria considerazione, sia nel merito che nel metodo. Cominciamo dal merito. Bruxelles sostanzialmente ci chiede di iniziare a porre un freno alla crescita esponenziale di deficit e debito pubblico, che in questi due anni è stata necessaria per evitare che famiglie e imprese si fermassero e soprattutto che la crisi fosse pagata dalle fasce più deboli e indifese.

Oggi però la situazione è totalmente diversa perché la guerra e l’inflazione sono due fattori che sono destinati a durare e quindi bisogna rimboccarsi le maniche affinché le finanze pubbliche non siano travolte dal cigno nero della recessione che si intravvede all’orizzonte. In sintesi, l’invasione dell’Ucraina e la ripresa della produzione post Covid hanno fatto esplodere il costo delle materie prime – energetiche, alimentari e non solo – che molto rapidamente si sta propagando a tutti gli altri beni di consumo facendo schizzare all’insù l’inflazione.

Le banche centrali non possono a questo punto che alzare i tassi, nella speranza di porre un freno al carovita anche se sanno bene che in questo modo andranno a penalizzare una crescita economica che già si sta bloccando a causa della guerra. Tanto che non è più così irrealistico l’arrivo in Europa della tanto temuta stagflazione, un mix esplosivo di stagnazione e inflazione che per noi comuni mortali significa diventare più poveri: dipendenti e pensionati vedranno ridotto il potere d’acquisto, le famiglie che hanno un mutuo dovranno pagare tassi d’interesse più alti così come le aziende che accendono dei prestiti per la propria attività, lo stato avrà meno entrate da destinare alla spesa pubblica e infine i risparmiatori subiranno delle perdite per i ribassi dei mercati finanziari (è opinione comune degli analisti che la fase orso sia nei fatti già iniziata). Abbiamo quindi di fronte un periodo non facile ma che si può affrontare al meglio se, come dice l’Europa, si fanno le riforme e si porta avanti il Pnrr.

Le parole di Gentiloni e le raccomandazioni europee alla luce di questi fatti prendono quindi corpo per quel che sono ovvero un atto d’indirizzo, un monito ai partiti italiani, soprattutto quelli di maggioranza. Anche perché – e qui arriviamo alle questioni di metodo – per quest’anno e anche il prossimo non ci saranno sanzioni se alle parole della Commissione non seguiranno i fatti. Le regole del Patto di stabilità e soprattutto le temute procedure d’infrazione sono infatti sospese e lo stesso Patto verrà ridiscusso e modificato dopo l’estate. Proprio per questo è corretto parlare di consigli e non di provvedimenti con valore cogente. Insomma, né più né meno di un avvertimento a Lega, Forza Italia e 5 Stelle sul fatto che rischiano di giocare col fuoco se si mettono di traverso al cronoprogramma che il premier Draghi ha condiviso con Bruxelles.

Del resto, lo stesso Draghi ha dovuto convocare un consiglio dei ministri d’emergenza lo scorso giovedì proprio per sbloccare il Dl Concorrenza, uno dei decreti che rientrano nelle riforme pensate per il Pnrr, impantanato da 5 mesi in parlamento per colpa dell’attività di interdizione dei partiti. Non a caso la mossa di Bruxelles va interpretata certamente anche come un assist al Presidente del consiglio per accelerare e semplificare il suo lavoro. Peccato però che non sia tutto così semplice nella politica italiana, perché la prima reazione dei partiti populisti di governo, soprattutto della Lega, è stata di rigetto con Salvini che ha rispolverato toni da campagna elettorale 2018: “L’Europa si occupi di pace e di lavoro, non perda tempo a darci delle pagelline”. La reazione di chi da quel dolce e burroso mondo dei sussidi non vuole proprio destarsi e se c’è qualcuno che suona la sveglia, bè, la soluzione migliore è quella da svogliato adolescente un po’ bamboccione: spegnerla e continuare a dormire.