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I rincari dei prodotti energetici stanno suscitando reazioni confuse in tutto il mondo. L’Italia ha appena introdotto una tassa sugli extraprofitti che rischia di mettere in crisi molte aziende, incluse quelle che non hanno beneficiato degli aumenti dei prezzi. La Francia ha imposto un tetto ai prezzi praticati dal principale venditore di energia elettrica, Edf, mentre la Spagna ha introdotto un complesso meccanismo per contenere i prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica. Ma forse nessuno si è finora spinto dove potrebbero arrivare gli Stati Uniti: la Camera ha appena approvato una norma, il Consumer Fuel Price Gouging Prevention Act, finalizzata a vietare qualunque incremento dei prezzi dei carburanti che sia “eccessivo”.

La proposta, che ha suscitato critiche aspre, è discutibile sotto due profili. Il primo è generale: i prezzi dei prodotti energetici non stanno crescendo per effetto della “avidità” degli imprenditori. Crescono per ragioni legate alla dinamica di domanda e offerta. Non a caso, i segnali di cedimento della domanda globale di energia – trainato sia dal rallentamento dell’economia cinese, sia dalla reazione ai rincari – stanno anche cominciando ad avere un effetto moderatore dei prezzi. Naturalmente possono esserci anche altre cause, quali l’esercizio di potere di mercato da parte di alcuni operatori o altre condotte scorrette. Ma, in tal caso, non serve una nuova legge: bastano e avanzano le norme vigenti che sanzionano duramente gli abusi.

Poi c’è una questione più specifica: cosa rende gli aumenti dei prezzi “immotivati”? Dove scatta la differenza tra i rincari ragionevoli e irragionevoli? Non esiste alcuna definizione giuridicamente vincolante di questi concetti, né può esistere. Non è un caso se, negli Stati Uniti, nel corso degli anni siano state avviate numerose indagini per sgominare i presunti tentativi di gonfiare i prezzi dei carburanti, solo che non hanno quasi mai avuto esito. Iniziative simili si sono viste anche in Europa, con eguale risultato. È forse per questo che gli europei tendono a preferire interventi più muscolari, quali appunto i tetti ai prezzi o le imposte straordinarie. Il problema è che la matrice di queste misure, per quanto diverse, è la medesima: l’idea che ci sia un livello dei prezzi “giusto” e che sia compito dello Stato correggere il mercato quando trova equilibri diversi da quanto sperato.

Purtroppo, le cose non vanno così: l’unico modo di risolvere la scarsità è contenere la domanda e aumentare l’offerta. Gli interventi di contenimento forzoso dei prezzi, diretti e indiretti, vanno esattamente nella direzione opposto e per questo non rappresentano la soluzione al problema: rappresentano il problema.