Foto di repertorio (@janefromyork - Depositphotos)

di James Hansen

La pandemia COVID-19—dove il “19” sta per l’anno in cui il virus è stato identificato e la sigla “COVID” è stata imposta un po’ dopo il fatto per minimizzare le sue origini cinesi, qualunque fossero esattamente—diventa un fatto pubblico attorno a marzo del 2020 quando cominciano a piovere i primi decreti di lockdown e i divieti associati.

È già difficile ricordarsi chiaramente del panico e della confusione di quei mesi, quando—tra l’altro—l’OMS insisteva inizialmente sull’inutilità delle mascherine, convinta com’era che il virus non potesse essere trasmesso per via aerea ma solo attraverso il contatto. Così dovevamo mettere i guanti di plastica e sterilizzare qualsiasi cosa entrasse in casa con l’alcool denaturato e l’Amuchina che—quando si trovava—costava quanto un buon whisky scozzese.

I governi—giustamente preoccupati per i terribili effetti economici delle forme di isolamento decretate—hanno ovunque scoperto le meravigliose virtù del lavoro da casa, o più comunemente, Work From Home. La pratica, sostenuta da innumerevoli articoli giornalistici riguardanti ipotizzati aumenti di produttività personale, benefici ecologici derivanti dall’abbandono del pendolarismo e il migliorato equilibrio tra lavoro e vita privata, si è sparsa attraverso l’Occidente in un lampo. Pareva l’uovo di Colombo.

Ora è percezione comune che il peggio della pandemia sia largamente passato. Il problema crescente è che non si può sempre dire altrettanto del WFH, specialmente nelle circostanze dove la produttività dei dipendenti non sia soggetta a una chiara verifica. La Pubblica Amministrazione in molti paesi pare spesso un caso limite. I giornali occidentali infatti abbondano di notizie di istanze di imperdonabili ritardi burocratici legati a iter già lenti quando funzionari e impiegati erano ancora in ufficio.

Intanto, si registrano casi in cui il lavoro da casa cresce anziché diminuire. È emerso recentemente in Inghilterra come, in non pochi dipartimenti di polizia—nell’Hampshire, Norfolk e Suffolk—gli agenti abbiano acquisito il diritto di work from home… Secondo i giornali inglesi, il Durham Constabulary ha dichiarato in una recente relazione che il lavoro da casa avrebbe talmente migliorato il “benessere generale” dei suoi agenti da essere reso permanente.

Qualcosa del genere succede anche nel NHS-National Health Service, il servizio sanitario del Paese, i cui medici specialisti ora pretenderebbero di lavorare da casa, evitando così il fastidioso contatto con i pazienti. Anche se la tendenza è particolarmente marcata tra i dipendenti pubblici inglesi, non è— ovviamente—solo un fenomeno britannico. Anche in Italia la gente comunque si lamenta di certificati, licenze, rinnovi vari e permessi diventati ormai praticamente impossibili da ottenere.

Come tutto ciò possa rientrare—sempre che debba farlo—non è affatto chiaro. Nel settore privato, le aziende che non riusciranno a gestire il fenomeno falliranno, togliendo così il disturbo. È difficile che la Pubblica Amministrazione possa fare altrettanto. D’altro canto, dimostrare e ribadire la propria costosa inutilità è raramente una politica vincente a lungo andare.