Vladimir Putin (foto depositphotos)

di Pietro Salvatori

“Ha parlato quasi solo lui”. Sono passati tre mesi dall’inizio della guerra, e ieri Mario Draghi ha avuto un secondo colloquio con Vladimir Putin. Perché tenere i contatti, mantenere un dialogo aperto, è l’unico modo per cercare di capire se e quando si aprirà uno spiraglio di trattativa che faccia intravedere l’inizio della fine dell’invasione dell’Ucraina. Il presidente del Consiglio italiano ha dunque più ascoltato che parlato nello scambio con il leader russo, e quello che ha sentito è stato tutt’altro che positivo: “Non ho visto alcuno spiraglio per la pace”.

Da settimane il dibattito italiano è stato spostato con intenti da propaganda elettorale su un falso argomento: c’è chi lavora per la pace e c’è chi invece chi spinge per la prosecuzione del conflitto. Sono Giuseppe Conte e Matteo Salvini in particolar modo a spingere in questa direzione. Secondo il leader M5s l’Europa dovrebbe lavorare a un cessate il fuoco che preceda un accordo e smetterla di inviare armi. Il segretario della Lega dice che ha messo in moto tutti i suoi contatti per raggiungere la pace (qualunque cosa questo significhi), si accoda a Conte per fermare l’invio di dispositivi di difesa all’Ucraina, non vorrebbe Svezia e Finlandia nella Nato. Oggi persino il mite Antonio Tajani dice che bisogna “lavorare per il cessate il fuoco”.

Che sia una posizione nella migliore delle ipotesi pleonastica e nella peggiore, nonché più realistica, strumentale, lo testimonia il lungo, lunghissimo filo di trattative, colloqui, tentativi di persuasione che sin dall’alba del 24 febbraio si è srotolato nel tentativo di capire se i massacri potessero essere in qualche modo fermati. Trovando dall’altro lato del filo sempre e solo un muro, e la risposta che la Russia sarebbe andata avanti fino al conseguimento di tutti gli obiettivi prefissati, una formula che con l’evolversi della situazione sul campo ha via via cambiato i propri contenuti fino a renderli oggi del tutto imperscrutabili.

Il primo contatto con lo zar del Cremlino avviene la sera stessa dell’invasione. È Emmanuel Macron ad alzare la cornetta, iniziando a ritagliarsi già dalle ore del conflitto il ruolo di principale interlocutore del presidente russo. Dall’Eliseo si lascia trapelare una fumata completamente nera, ma il mattino seguente il leader francese fa professione di ottimismo: “Può essere utile lasciare aperta la strada del dialogo”. A tre mesi di distanza tutti i tentativi fatti si sono rivelati inconcludenti.

Tre giorni dopo tocca al premier israeliano Naftali Bennet tentare la strada del dialogo. Chiama Mosca, parla con Putin, offre il suo paese quale mediatore tra le due parti. L’offerta di Tal Aviv non è banale. Nonostante il consolidato rapporto di amicizia con gli Stati Uniti, il governo israeliano sceglie la strada della prudenza in considerazione della delicata situazione geopolitica in cui si trova, e non si schiera apertamente con l’Occidente. Il 5 marzo, quando Bennett prende un aereo e vola a Mosca, si accendono le speranze che una soluzione sia possibile. Una visita concordata con Berlino e Parigi, e con Washington ovviamente, e del quale è stato avvertito anche Recep Tayyip Erdogan, altro possibile mediatore. Tutto lascia ben sperare, ma le tre ore di faccia a faccia sono inconcludenti.

Tra la telefonata e la visita del premier israeliano, Putin e Macron si sentono di nuovo, e per due volte. Dopo la prima telefonata, il 28 febbraio, il presidente francese può far trapelare che la controparte si è impegnata a “sospendere tutti gli attacchi contro i civili e le abitazioni”. Sembra uno spiraglio, per lo meno un piccolissimo passo avanti, si rivelerà solo l’ennesima menzogna del governo russo: il suo esercito nei giorni e nelle settimane successivi ha preso ripetutamente di mira obiettivi civili, ucciso semplici cittadini ucraini senza motivo, raso al suolo città. Qualche ora dopo l’Eliseo spegne gli entusiasmi: “L’impressione che ha avuto Macron è quella di un interlocutore chiuso al confronto”. La seconda, il 3 marzo, se possibile va ancora peggio. Dopo un’ora e mezza di interlocuzione la presidenza francese è pessimista: “È determinato ad andare fino in fondo in Ucraina”.

Inizia a emergere una costante: per quel che è dato sapere, a nessun interlocutore Putin pone condizioni realistiche per arrivare almeno a un cessate il fuoco, nessuno lascia trapelare che abbia  intravisto una strada per far tacere le bombe. Dopo la seconda telefonata in quattro giorni Macron ha in mano gli elementi per poter dire che “il peggio deve ancora venire”. Avrà ragione.

Il giorno dopo, il 4 marzo, è il cancelliere Olaf Scholz a fare un tentativo. Il leader tedesco chiede una tregua per consentire aiuti ai civili, Putin risponde che le immagini che si diffondono di raid nelle città e nei centri abitati sono “volgare propaganda”. Il 6 marzo Putin sente per la prima volta Erdogan, una telefonata che porterà all’incontro totalmente infruttuoso dei ministri degli esteri russo e ucraino in Turchia. Nella stessa giornata l’ennesimo colloquio con Bennet, e un nuovo round, questa volta di due ore, con Macron. Un contatto nel quale si cercano dei passi avanti sui corridoi umanitari per l’evacuazione della popolazione civile, ma Putin è un disco rotto: “Dipendono dagli ucraini”, secondo il tiranno russo sono gli ucraini a sparare sulla loro stessa gente per usarli “come scudi umani”. L’8 marzo tocca di nuovo a Bennett, il 9 è di nuovo Scholz a provare a cercare qualche segnale di apertura.

Il 10 il cancelliere tedesco e il presidente francese ci provano in tandem. Chiedono trattative vere con l’Ucraina, precedute da una tregua che fermi la devastazione del paese. Putin è totalmente sordo. Anzi, chiede a Francia e Germania di “fermare flagranti violazioni del diritto internazionale umanitario” da parte dell’Ucraina. È ancora una volta l’Eliseo a dare conto che la controparte non ha nessun tipo di interesse per il negoziato: “Putin non ha dato alcun segnale della volontà di sospendere la guerra”.

Il 14 ci riprova Bennett, il 17 Erdogan. La Turchia lancia segnali su un possibile incontro tra Putin e Zelensky su invito esplicito di Ankara, il Cremlino fa sapere che “non è il momento”. Il 18, questa volta separatamente, è nuovamente il turno sia di Macron sia di Scholz. Questa volta le brutte notizie arrivano da Berlino, che racconta di una conversazione che “difficilmente si può definire amichevole, piuttosto complicata”. Mosca non ha ancora fatto intravedere nessuna intenzione di voler trattare. A Macron che gli chiede di permettere una missione umanitaria per Mariupol risponde seccamente che “la responsabilità di quello che sta succedendo è dell’Ucraina”. Undici giorni dopo un nuovo tentativo di Macron focalizzato sulla città devastata: Putin “ci rifletterà”, ma la situazione sul campo non cambierà. Negli stessi giorni ci prova anche due volte Xavier Bettel, primo ministro del Lussemburgo, ma le risposte sono sempre le stesse. Il 23 marzo tornano alla carica Bennett e Scholz, il cancelliere tedesco torna a chiedere un cessate il fuoco temporaneo per dare tempo e spazio per una trattativa, arriva di nuovo un niet.

Il 30 marzo è la volta di Mario Draghi. Chiede una de-escalation, dice che l’Italia è disponibile a contribuire al tavolo di pace. Nella stessa giornata il portavoce del presidente russo, Dmitry Peskov, spiega che non ci si deve attendere “nessuna svolta” dai negoziati. Il premier chiede a Putin di incontrare Zelensky per sbloccare la situazione, ma ancora una volta “i tempi non sono maturi”. Il giorno dopo tocca di nuovo a Erdogan, ancora un nulla di fatto.

L’invasione procede, la mattanza di Mariupol e gli orrendi crimini a Bucha rallentano i contatti quasi quotidiani dell’Occidente con il Cremlino. Ma l’11 aprile succede qualcosa: il cancelliere austriaco Karl Nehammer vola a Mosca. È il primo leader europeo a incontrare Putin dopo l’invasione. Porta con sè obiettivi ambiziosi: l’apertura di corridoi umanitari, una tregua e un chiarimento sui presunti crimini di guerra. Se ne riparte quasi mortificato: “Non dovremmo farci illusioni, Putin non pensa a trattare”. Nonostante ciò una decina di giorni dopo il presidente del Consiglio europeo Charles Michel chiama Mosca, chiede una tregua in vista della Pasqua. Non solo non ci sarà, ma quando il politico belga qualche settimana dopo andrà in visita a Odessa dovrà correre in un rifugio antiaereo perché Mosca, incurante della presenza di un leader straniero, continua a bombardare la città. Il 17 aprile Draghi inizia a perdere le speranze: “È impossibile convicerlo a fermarsi. Comincio a pensare che hanno ragione coloro che dicono è inutile parlarci”.

Il 26 ci riprova Erdogan, che reitera l’invito a incontrare Zelensky in Turchia, sbattendo sul solito muro. Il 28 il segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres vola a Mosca. Un’ora di colloquio per sentirsi dire che “senza Crimea e Donbass l’accordo è impossibile” e che quella di Bucha è stata “una messinscena”. Guterres si reca poi a Kiev, e come segnale di pace l’esercito russo bombarda la città alla presenza del capo dell’Onu, che torna indietro dalla propria missione diplomatica con l’ennesimo nulla di fatto. Ci riprova Macron il 3 maggio. Davanti alle richieste di una tregua e di un negoziato concreto Putin risponde che “i Paesi Ue ignorano i crimini di guerra delle forze ucraine e i loro bombardamenti sulle città” e che “Kiev non è pronto per negoziati seri”. La stessa tiritera ripetuta dieci giorni dopo a Scholz: “Le discussioni sono bloccate dagli ucraini, le autorità neo-naziste di Kiev violano il diritto internazionale”.

La versione non cambierà mai. È la stessa ripetuta anche ieri a Draghi: il tavolo della pace è bloccato da Zelensky, la crisi alimentare alle porte “è colpa delle sanzioni”. Nessun passo indietro, nessuna identificazione di un terreno di dialogo sul quale provare a sbloccare la situazione. “Non ho visto spiragli per la pace”, ha detto il premier alla luce del colloquio e di tutti i tentativi fatti negli ultimi tre mesi, che si sono scontrati con l’assoluta indisponibilità di Putin di parlare altro linguaggio che non sia quello delle armi. Tutto il resto è propaganda.