di Ottorino Gurgo
Non senza disprezzo, si parla spesso di “professionisti della politica” facendo riferimento a coloro che, privi di un’autonoma attività, si dedicano a tempo pieno della gestione della vita pubblica dalla quale trarrebbero vantaggi dando in cambio assai poco.
C’è un errore di fondo nella contestazione che viene mossa a costoro. Ed è lecito domandarsi per quale ragione, per qualsiasi altra attività si è portati ad auspicare un comportamento “da professionisti” mentre la politica dovrebbe essere svolta in modo dilettantistico, neppure a tempo pieno, quasi si trattasse di mansioni secondarie, da svolgersi nel tempo libero e senza un impegno esclusivo.
È proprio questa critica – che si è sempre più trasformata in un vero e proprio pregiudizio – che è stata mossa nei riguardi della classe politica della cosiddetta Prima Repubblica: quella di essere stata gestita da leader che hanno fatto della politica la loro ragion d’essere con annesso un vantaggio economico che, spesso, aveva raggiunto dimensioni esorbitanti.
Ma, fatte ovviamente le dovute riserve sulle degenerazioni che innegabilmente si verificarono, tanto da portare alla devastante crisi di Tangentopoli che abbatté partiti e leader, va detto – senza infingimenti – che quei “professionisti della politica” erano di gran lunga superiori per qualità ai “dilettanti” di oggi (che poi “dilettanti” sono soltanto da un punto di vista qualitativo, appunto, ma non certamente da quello dei vantaggi economici che ci sembra percepiscano in maniera più che rilevante).
Con tutto il rispetto cher il personaggio merita, non si può non citare, in questo contesto, l’esempio di Giuseppe Conte. Il leader pentastellato, giunse alla presidenza del Consiglio, tra la sorpresa generale, spintovi dallo “tsunami” elettorale del 2018 (al quale purtroppo non aveva neppure partecipato), essendosi distinto come professore universitario e come avvocato, proveniente, cioè, dalla cosiddetta “società civile” dove aveva, peraltro, dato buona prova di sé. Ma la politica è un’altra cosa.
Non c’è voluto molto tempo, però, perché Conte assumesse tutti i difetti di coloro che venivano accusati di esercitare in modo professionistico la loro attività politica, senza averne l’esperienza e facendo proprio un esasperato attaccamento al potere al quale, tuttora, non sembra in alcun modo disposto a rinunciare..
Il “professionismo”, in politica, è purtroppo un male necessario. Farne a meno è stato un errore e sarebbe auspicabile, anzi, che la classe politica che è chiamata a governarci provenisse, come tutte le altre categorie di professionisti, da una scuola in grado di prepararla ai compiti che la attendono. Queste scuole, un tempo, esistevano, hanno dato concreti risutati positivi e non si comprende per quale ragione i partiti hanno deciso di farne a meno.