di ROBERTO ZANNI
L’italian sounding riecheggia sempre più forte, in tutto il mondo. I falsi, i prodotti alimentari italiani taroccati invece di diminuire sono sempre di più. Non sono evidentemente servite le tante iniziative portate avanti al fine di almeno limitare questo fenomeno. Il nuovo, si può dire ennesimo, allarme l’ha lanciato la Coldiretti con numeri strabilianti. A quanto ammonta il fatturato mondiale globale dei fake? È salito a 120 miliardi di euro. Da non credere si potrebbe aggiungere, ma purtroppo questo è invece tutto vero. E l’aspetto ancora più terribile, se così si può dire, è che un terzo di questa produzione fasulla arriva dagli Stati Uniti con una cifra di 40 miliardi di euro.
“Per la continua ascesa dei marchi con l’italian sound – ha spiegato Coldiretti – adesso oltre due terzi dei prodotti italiani alimentari nel mondo sono falsi”. Cifre da far paura, ma d’altra parte basta entrare in qualsiasi supermercato degli USA per rendersi conto della triste realtà: dai sughi di pomodoro, con tutti i nomi possibili, alle salse anche se tra i prodotti più imitati al primo posto c’è il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano. Parmesan è anche il nome più ricorrente del fake, ma non si possono dimenticare mozzarella, pecorino, provolone, asiago, mascarpone solo per ricordare alcune delle qualità di formaggio italiane più note riprese abilmente e fraudolentemente dai caseifici a stelle e strisce.
Ma purtroppo quando si parla di italian sound, vengono colpiti un po’ tutti i settori alimentari così si passa dal prosciutto, di Parma e San Daniele per arrivare fino alla mortadella, che non ha nulla a che vedere con l’originale, ribattezzata Bologna. Da anni, e specialmente proprio negli Stati Uniti, sono in atto iniziative, governative in particolare, il cui scopo è appunto quello di combattere i falsi, ma evidentemente la strategia non pare abbia funzionato, visto che ci troviamo di fronte all’ennesimo aumento. La Farnesina, come ha riportato l’Ansa, ha dichiarato di “essere impegnata in un’intensa azione di contrasto alla contraffazione delle merci italiane su scala mondiale”.
Sarà anche vero, ma non si vedono i risultati. Piuttosto pare abbiano avuto più riscontri le lotte dei singoli produttori, come ad esempio in particolare il Consorzio Parmigiano Reggiano che qualche anno fa è riuscito a ottenere un successo, in tribunale, contro un caseificio statunitense che voleva usare sulle proprie etichette il nome parmigiano, quarta volta in dieci anni che un’azienda a stelle e strisce è stata costretta a inchinarsi davanti all’originale. E proprio il Parmigiano Reggiano sta sperimentando un nuovo sistema, all’avanguardia, per il tracciamento delle sue forme: microchip che serviranno per difendersi dalle imitazioni.
Prodotti pirati però ci sono dappertutto: oltre agli Stati Uniti si può trovare falso parmigiano in Canada e in diversi paesi del Sud America, in Europa a cominciare dalla Gran Bretagna, poi anche più lontano in Giappone. Ma come si attua la contraffazione? Diversi i modi anche se due sono le principali categorie. La prima riguarda quei prodotti che hanno etichette di qualità fasulle, che implicano produzioni secondo determinati standard, la seconda concerne la provenienza: si afferma che sia una determinata area geografica quando invece non è così. E l’italian sounding diventa sempre più forte.